|
 |
|
|
|

Madonna piangente
Disegno di Lanfranco Lodoli |
|
"Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano
e il folle, il comico e il serio... perfino l'amore e
l'odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita.
Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della
mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore
determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi
diventeranno accessibili al pensiero formale. "
Gregory Bateson
Bateson G., Bateson M. C. Dove gli angeli esitano - Adelphi,
Milano, 1989 |
|
|
|

Madonna piangente 1
Disegno di Lanfranco Lodoli |
 |
|
 |
|
"Una certa mamma, quando il suo bambino ha
mangiato gli spinaci, lo premia di solito con un
gelato.
Di quali ulteriori informazioni avreste bisogno
per essere in grado di predire se il bambino:
a) giungerà ad amare o a odiare gli spinaci;
b) ad amare o a odiare il gelato;
c) ad amare o a odiare la mamma?"
Gregory Bateson
Bateson, G. Verso un'ecologia della mente-
Adelphi, Milano, 1977
|
|
|
|
|
|

Bambini Masai (foto di Luca Lodoli 2009)
|
|
|




| |
Luciano Lodoli -
Colleziono suggestioni
LietoColle - Collana Erato - 2011
La raccolta si
svolge attraverso quattro raggruppamenti di testi che
sviluppano il tema del rapporto con la poesia, il tempo, gli
affetti e l’osservazione di fatti sociali, il tutto con
l’occhio del “collezionista” di suggestioni |
|
| |
M. A.
Molinari su Colleziono suggestioni di Luciano Lodoli
Recensione pubblicata su LietoColle
http://www.lietocolle.info
Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza
delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi
(Alda Merini). Questo è l’esergo con cui Luciano Lodoli
introduce la sua opera prima, un passaggio che ci porta a
chiederci perché abbia aspettato tanto tempo nel presentarsi
con la sua intensa e raffinata scrittura.
“… In lento procedere stocastico / collezioni suggestioni /
non poesia.” (Poetica spuria – pag. 9); “Al risveglio talora
può perdersi / una poesia nata in sogno dal nulla… / ..come
fa galaverna nella bruma” (Come fa galaverna – pag. 10); “…
Il poeta è nella mia mente / ogni volta che leggo / una
poesia.” (Il poeta pag. 11). Sin dai primi versi di questa
silloge la sensazione che si ha è quella di essere di fronte
a una scrittura incisiva e toccante. La bellezza della
sintesi di Lodoli è apprezzabile in ogni passaggio. Preziosa
è la semplicità con cui circoscrive gli spazi, rilasciando
nel contempo una musicalità sempre ampia e armoniosa.
Nel suo sviluppo, “Colleziono suggestioni” si dipana
attraverso quattro micro sezioni: dopo Alda Merini, si
affida a personaggi parimenti suggestivi come Agostino,
Montale e Pier Paolo Pasolini.
Se nella prima sezione Lodoli ci tratteggia il suo rapporto
con la poesia, nelle successive usa il suo occhio da
“collezionista” per registrare le emozioni del tempo “… ove
il sogno al sonno lascia luogo / sentiero e soglia / al
nulla impercorribile / e profondo.” (Al nulla impercorribile
e profondo – pag. 19) - “Inesprimibile il mistero / scuote
il nulla / ove la tenebra / incombe / grave e immutata.”
(Inesprimibile – pag. 22), la stratificazione degli affetti
“Così giovane ti incontrai schiva e carina… / …Quarant’anni
/ e sono legato ancora / forse un po’ di più.” (Schiva –
Pag. 25) – “…Madre ti scorgo ora, / aldilà, nel sonno che
viene / e come sempre rivivrai al mattino / tenace e flebile
nel mio ricordo.” (Ti scorgo ora pag. 29), la
trasformazione-registrazione di fatti sociali di estrema
risonanza-luttuosa-rilevanza “…A stento la mente / basta
oggi al compianto. / Domani la pietà e il coraggio.”
(Trittico Aquilano 1 – dopo il sisma – pag. 34) – “…gli
sventurati superstiti inermi / seppelliscono i loro morti /
e vengono / inesorabilmente / depredati.” (Trittico Aquilano
2 – Depredati – pag. 35) – “Parole non sono / che possano /
più delle crude immagini / alla memoria / l’immensità dire /
…” (Memoria della Shoah – pag. 37).
La silloge di Luciano Lodoli respira ariosa di suggestioni
vissute attraverso una indubbia sensibilità, per mezzo di
una capacità testuale e verbale di sicuro interesse.
Maurizio Alberto Molinari
Cinzia Marulli Ramadori: Impressioni: dalla lettura della
raccolta poetica “Colleziono suggestioni” di Luciano Lodoli
(LietoColle 2011)
Recensione pubblicata su La Recherche
http://www.larecherche.it
Già nel titolo appare la potenza racchiusa in questa
raccolta poetica di Luciano Lodoli: “Colleziono suggestioni”
(LietoColle 2011); perché profonda è la sensibilità
dell’animo umano, ma soprattutto profondo è il suo essere
tra le cose, nella vita, dove emozioni, azioni, sentimenti,
persone, luoghi e circostanze agiscono come forze esterne
che abbracciano e scuotono lo spirito impadronendosi del
sentire. Vi è però anche una chiara consapevolezza, un
volersi lasciar trasportare e un desiderio necessario di
ascoltare il proprio animo così arricchito dalla vita.
La raccolta, seppur breve, contiene ben quattro sezioni,
ognuna rappresentativa di aspetti evidentemente importanti
della e nella vita dell’autore, un sunto di priorità
attraversate una ad una dalla parola poetica, quasi a voler
rendere materia proprio quelle “suggestioni” collezionate.
Significativo è il fatto che ogni sezione ha come titolo una
frase, un verso, un aforisma di altri autori che racchiudono
in sé l’argomentazione trattato da Lodoli; come se una
semplice denominazione non fosse sufficiente ad abbracciare
l’intero discorso; infatti le frasi scelte non costituiscono
la mera definizione del tema trattato, ma aprono un sentiero
e trasportano il lettore attraverso un percorso di
percezione; l’argomento dunque non è esplicitamente
dichiarato, ma è espresso attraverso una citazione che ne
crei la “suggestione”. Perché in questo “libricino” tutto è
esattamente dove deve essere. Non ci sono inutilità, ma
elementi primari.
La prima sezione è dedicata proprio alla poesia e ad
annunciarla troviamo dei meravigliosi versi di Alda Merini
“Ho bisogno di poesia, / questa magia che brucia la
pesantezza delle / parole, / che risveglia le emozioni e dà
colori nuovi”. Una chiara dichiarazione di poetica che
Luciano Lodoli rende propria e argomenta con le sue poesie
nelle quali si evidenzia la centralità della parola poetica,
tanto importante da sentire il bisogno di poetare sul
poetare. La poesia crea dunque un mondo altro, entriamo
nella terra di mezzo di Tolkien e non è dunque riconducibile
ad un banale sfogo, ad un limitativo atteggiamento
introspettivo, ma assume un ruolo purificatore che invade
l’animo umano il quale può solo accoglierla in calici scelti
perché essa come acqua sorgiva / pura e fresca / nasce / dal
profondo./
In questo connubio poesia-acqua si ritrova appunto la
valenza purificatrice e salvifica: è il poeta… che dà colore
alle domande e significato alla fragilità”.
Quattro sono le poesie dedicate alla prima sezione, solo
quattro verrebbe da dire, ma la loro potenza poetica ne
dilata il numero, ne amplifica il dettato in una sintesi di
grande rilevanza stilistica e contenutistica.
La seconda sezione si apre con una frase di Sant’Agostino
(definito in tale contesto semplicemente “Agostino”; forse,
mi viene da pensare, per sottolineare il senso filosofico
della frase stessa senza implicazioni religiose che possano
deviarne la comprensione) e che recita: “Non ci sono
propriamente tre Tempi, il passato, il presente, il futuro,
ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il
presente del presente, il presente del futuro.” Il Tempo
dunque assunto a coscienza con tutte le sue infinite
implicazioni; il tempo della vita, l’importanza di vivere il
presente come nei versi tratti dalla poesia “La mappa e il
territorio”: Ciascuno chiude il proprio cammino / quando il
territorio a lui dispare / e la personale mappa completa /
che i superstiti per poco ancora / forse si illuderanno di
ricordare/. Ecco dunque che inevitabilmente si collega al
tempo il concetto della fine che ritroviamo praticamente in
tutte le poesie dedicate a questa sezione così come vi
troviamo anche il concetto di inizio e di vita. Il presente
diventa una sorta di segmento racchiuso tra “Due
nulla”…infinito prima e indefinito / poi / si sfiorano. /
Due parentesi / due nulla / circoscrivono altere / e
inesorabili / il senso inafferrabile / elusivo e inquietante
/ di quanto noi diciamo / esistere./ Si potrebbe riflettere
per ore su questi versi tanto sono pregni di significato.
Estrema sintesi di un concetto amplissimo non solo
sull’esistenza vista attraverso un monitor tridimensionale,
ma anche sull’origine e sulla fine, direi sicuramente
sull’oltre.
Vita-morte esistono come aspetto dualistico in una
concezione spazio- temporale fatta di percezioni e di
“Immagini eidetiche”. Non troviamo un pensiero di centralità
universale dell’essere umano, tipico del mondo occidentale e
cinese, ma un pensiero che pone la natura al di sopra, in
una dimensione di sacralità per sé stessa e di indifferenza
verso l’uomo. Mi viene alla mente Wislawa Szymborska che
nella poesia “Le nuvole” dice: Gli uomini esistano pure, se
vogliono, / e poi uno dopo l’altro muoiano, / loro, le
nuvole, non hanno niente a che vedere / con tutta questa
faccenda / molto strana./…/ Non devono insieme a noi morire,
né devono essere viste per fluttuare./, ed ecco Luciano
Lodoli che recita così nella poesia “Fresca di rugiada”:
Fresca di rugiada / è l’erba / al mio sguardo distratto /
indifferente / e lustra di sacro / il terreno cela./
Ma quando l’autore parla della vita entra in un discorso di
chiarezza e di consapevolezza. In questo contesto troviamo
la centralità dell’uomo, per ciò che riguarda la sua propria
esistenza, perché se è pur vero che le nuvole passano
indifferenti e che anche l’erba indifferente allo sguardo
dell’uomo copre di sacralità la terra è anche vero che
l’uomo stesso deve avere ruolo attivo e centrale nella
propria vita così ne “Il senso opaco della colpa ignota” i
versi finali dicono:… / e non fui mai / ciò che non volli /
e presi parte chiara perciò / all’occorrenza./
Nella terza sezione evocata da un suggestivo verso di
Montale: Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua /
limpida. / scorta per avventura tra le petraie d’un greto… /
passiamo ad un poesia lirica, dedicata e rappresentativa
degli affetti, anche il ritmo ed il verso cambiano e si
plasmano al contenuto diventando più dolci, amorevoli. Qui
ci appare l’uomo, nel suo sentire verso le persone più care
e significative della sua vita: la compagna, la figlia, la
madre. Tre figure di donna, ognuna unica e insostituibile;
Quanta tenerezza in queste poesie; l’amore non solo si
legge, ma si sente, diventa suggestione anche per il lettore
come ne “Il risveglio di Ulisse”: L’indistinta eco di una
voce amica / e il suo danzante intercalare / nella domestica
stanza al risveglio / giunge serena a riportare / una Itaca
ancora ritrovata / e una Penelope da baciare / il giorno
della sfida al nuovo mare, / ultima. Che splendido esempio
di sintesi poetica questi versi: in essi c’è racchiuso
l’affanno dell’uomo, il suo viaggio interiore e attraverso
la vita (l’Ulisse), il concetto di amore-amicizia quale
duale aspetto di un unico sentimento (voce amica),
l’atmosfera familiare, intima (domestica stanza al
risveglio), la passione amorosa (da baciare), la certezza
dell’amore vero, fedele (Penelope), l’importanza dell’amore
quale sostegno dell’uomo di fronte all’ignoto (sfida). Anche
questa una sezione intensa, fatta di pochi, profondissimi,
versi come la poesia “Ti scorgo ora” dove si evidenzia il
ricordo della madre che ricompare nella memoria e nel sonno,
dall’oltre, quale affetto immortale e immanente. Perché
l’amore dato, l’amore ricevuto rimane a conforto, a
nutrimento della nostra vita: e come sempre rivivrai al
mattino / tenace e flebile nel mio ricordo./
L’ultima sezione si apre con una frase del nostro Pier Paolo
Pasolini: “Non popolo arabo, non popolo balcanico, / non
popolo antico / ma nazione vivente, ma nazione europea: / e
cosa sei? / . Entriamo dunque in un segmento diverso dai
precedenti: ci troviamo davanti ad una poesia civile o per
meglio dire di impegno civile, giacché la poesia se non
fosse civile, sarebbe forse incivile? La poesia dunque non
come analisi introspettiva, ma come occhio sul mondo e nel
mondo, in un sentire collettivo che travalica anche i
singoli e tragici eventi richiamati nei versi del Lodoli.
Qui il poeta parla più che mai con un “io” collettivo
inserendosi nella sua contemporaneità e mettendo però in
evidenza quei valori universali che dovrebbero permeare
l’animo umano: la compassione, la fratellanza, il senso
della giustizia.
L’analisi si estende ad eventi tragici come il terremoto di
L’Aquila, la shoah, Piazza Fontana, così facendo Lodoli
analizza il comportamento dell’uomo nella sua socialità,
grida la sua rabbia, la sua disapprovazione, esprime il suo
essere nel mondo.
Potrei continuare a parlare per ore di ogni verso scritto da
Luciano Lodoli, tante sono le suggestioni che la sua poesia
mi ha trasmesso. Lascio invece il posto alla lettura delle
sue poesie che da sole, nella loro pura sintesi, ci
trasmettono l’essenza del loro valore.
Cinzia
Marulli
|
|




|
|
|
Degenza
Inaspettatamente
un universo separato.
Parcheggiata
nell'officina dei ricambi
dall'esistenza strappo ogni vessillo.
Nel mattatoio delle mie ambizioni
macino le lettere del nome,
nella polpetta di frattaglie getto
la genealogia e il lavoro,
sciolgo nella discarica il confine
le mura, la mia pelle, l'io.
Leggera
soffio vita nella sorgente
perché tu sia bolla salina
e in essa galleggi la mia strada.
Nel desiderio
agito misericordia
perché sia tu l'artefice
della resurrezione.
Sotto questa pensilina ti attendo,
accanto a te io sarò nuova.
Dorme una mosca
indisturbata
neo sulla tua umida fronte,
lì poserò straniera il mio sollievo
in questa sera da caserma stanca
senza soldati dentro la guardiola
a osservare gli impiombati corpi.
...
clicca per leggere l'intera poesia
Anna Bergna
|
|
Bambolina
Bambolina, bambolina
quanti anni hai?
Ti ho vista già in questa casa
il tuo vestito è polvere
e i tuoi occhi grigio perla ancora mi sorridono
e allora ti copro perché tu non prenda freddo.
Sopra di te uno specchio,
mi guardo, ti osservo,
sei riflessa
e vedo un abisso di anni,
quanti ne sono passati da quel giorno?
Hai sentito il vento entrare e sbattere violento
queste porte,
nessuno si è curato di te,
grida, parole, parole, parole
e una pioggia battente.
Bambolina bambolina
ho cambiato prospettiva
ti guardo da questa sedia che sa di noi,
di corpi abbandonati,
di giorni scaduti,
tu sei li a vegliare su questa casa
che ancora mi cerca…
E io oggi son qui
a filtrare raggi di sole che stentano ad entrare.
Mi rivedo bambina
sulle pareti sorrisi ingenui tracciano linee
inconciliabili
e io rimango immobile a fissarti…
Il silenzio ci avvolge
e in lontananza
solo il vento ci abbraccia.
Silvia Moroni
12 agosto 2002
|

| |
Esaurito
Luciano Lodoli
Le
chiavi che suggeriscono il senso e la natura di
questa piccola antologia possono essere cercate
nella poesia che dà il titolo al libro, nella poesia
“Poetica spuria” e nella citazione di G. Bateson in
quarta di copertina.
Dire di più in sede di presentazione, a mio avviso,
inficerebbe la naturalezza e la soggettività cui il
lettore ha diritto nel suo approccio alle singole
poesie |
|
|
 |
|

Disegno di
Pupo - Poesia di Gilda Bertan
| |
LA LUNA NEL POZZO
forse perché
sai
cadere
nelle profondità
di contorti pozzi
tu Luna
puoi
rischiarare
nuovamente
il mondo
Gilda Bertan |
|
|
|
|
 |
Tu che dell'Africa
fratello
conservi negli occhi
e nella mente
il ricordo sacro
della tua terra irrisa,
qui intendi umile e fiero
d'aver cura del tuo miglior futuro
e i soliti
biechi mostri osceni,
ministri tronfi
e mafiosi occulti,
t'insultano
e feriscono però tremano
ora che hai scelto
la strada del tuo miglior futuro.
La tua lotta dura aiuti
anche noi, pavidi e passivi
finora,
a battere i mostri
occulti e collusivi
che offendono
a morte
la nostra antica terra ospitale.
Luciano Lodoli 9 gennaio 2010 |
|
|
 |
|
|
 |
|
Piazza Fontana (12 12 1969) |
|
|
 |
Dodici dicembre sessantanove,
ventiquattro anni contavo
e novantaquattro giorni,
quel giorno
che spezzò il nostro divenire.
La mia vita non fu più, mai,
la vita di prima:
non più luogo all'ingenua attesa,
non più all'innocenza.
Tutti,
tutti, conoscemmo la barbarie
quel giorno,
dei demoni laidi
e ingordi della tenera carne dei fratelli.
Leviatano orribile,
antropofago,
tu stato infedele,
feristi a morte
la tua stessa essenza
civile e repubblicana.
Luciano Lodoli 12 dicembre 2009 |
|
|
|
|
 |
Tanto paura non m'incute
e disprezzo,
il populista
vacuo e arrogante
ducetto,
ma il folle popolo prono
che dignità baratta
con piccole,
millantate, promesse
di privilegi e favori miserabili.
Il popolo il duce nudo
proprio non vede
e, ancora,
ammira plaudente il suo lussuoso mantello.
Luciano Lodoli 8 dicembre 2009 |
|
|
|
|
 |
Fugaci miniature aliene
con grandi occhi senza pupille
ci scortano la sera
alla piccola morte
Luciano Lodoli 28 novembre 2009 |
|
|
|
|
 |
Scendono
i ricordi
con noi rotolando
come pietre svelte dal tempo
a immani rocce antiche.
In orridi scoscesi
alcuni ricordi
sprofondano
altri nella china
docilmente ci accompagnano.
Tutti vanno
precipitando o rotolando
i ricordi con noi
presente elusiva memoria
alveo al nostro divenire.
Luciano Lodoli 22 dicembre 2009 |
|
|
|
|
 |
La mia mente
accenna al ricordo
accenna al dolore
accenna al sorriso
al sentire piacere, disgusto e rumore
accenna al rimpianto
al futuro
al tempo e alla sua deroga
accenna alla punta delle mie dita
al loro infrangersi sui vetri
sul legno
sulla carne
al vagare delle mie mani nell'aria...
Accenna al riflesso che trovo allo specchio
che non vedo mai diverso
accenna a tutti quelli che incontro ogni
giorno
alla loro figura e alla loro parola
accenna al sesso
accenna ai tabù
ai desideri e alle paure.
La mia mente accenna a se stessa...
interrompendosi sempre all'improvviso.
Andrea Fontana novembre 2009 |
|
|
 |
|
Pensando all'estrema stagione |
|
|
 |
Pena per le nostre colpe e paura,
angoscia,
rabbia e rimpianto,
all'ineludibile e scoscesa china,
che da sempre attende e ci minaccia,
forse non sole ci accompagneranno.
Pensando all'estrema stagione,
credo,
forse non sole ci accompagneranno.
Luciano Lodoli 30 settembre 2009 |
|
|
|
|
 |
Ci accompagneranno ricordi
di emozioni
rivissuti
con il dialetto
della nostalgia,
con la pienezza matura
del bilancio,
con il ritrovato tempo
per accorgersi del cielo e dei fiori,
con lo slancio
di vitalità insperate
in bilico,
tra ritmi perduti e
desideri inespressi.
Voci sullo sfondo,
sguardi che più
non s’incrociano,
vite che si sono tra loro
annusate
e poi subito perse.
Gilda Bertan 30 settembre 2009 |
|
|
|
|
 |
Rari e fragili fiori.
Rari e fragili fiori nascono nel deserto
e talora tenaci sopravvivono.
Rare e fragili amicizie sorgono nelle vite
e talora tenaci sopravvivono.
Nel deserto meraviglioso e vasto
piste mutevoli e ignote
guidano i nostri passi incerti
mentre fioriscono le nostre mete.
Rari e fragili gli amici
preziosi ci accompagnano.
Luciano Lodoli 17 settembre 2009 |
|
|
 |
Il senso del danno
e la colpa |
|
|
 |
|
|
 |
|
Di te (Bambini uccisi da...) |
|
|
 |
Di te piccola creatura fragile
al terrore di amare rinnegata
resta la spoglia e resta il sangue
incubo della follia di un minuto
sulle vesti e nell’anima anche
d’una madre miseramente triste.
Spirito del tempo passa leggero
fra la disperazione dei perdenti.
Luciano Lodoli |
|
|
|
|
 |
Parole non sono che possano
più delle crude immagini
dire alla memoria
l’immensità del dolore
recato dall’uomo all’uomo.
Luciano Lodoli 27 gennaio 2009 |
|
|
 |
|
Il senso del dolore
e la morte |
|
|
 |
|
|
|
|
 |
E’ possibile ignorare la domanda
Solo perché mai avrà risposta?
Piccola,
alla tua tenebra ed a quel profondo silenzio
mai sono riuscito ad avvicinarmi,
né a sopravvivere,
del tutto.
Piccola che effetto ti ha fatto
Essere?
Luciano Lodoli |
|
|
|
|
 |
Si sa, oggi giorno le cicogne sono
disoccupate
Vecchie bugie scadute, storie ormai andate.
I bambini non li porta proprio nessuno
Nascono, e poi diventano qualcuno.
Io però l’ho vista una cicogna disoccupata
Girava inquieta sopra una bimba ammalata
Poi, di notte, l’ha portata via
ché la morte è la cosa più indicibile che ci
sia.
E’ così che un po’ per divieto di sosta e un
po’ per divieto di dolore,
Oggi i bambini nascono, ma più nessuno
muore.
Gilda Bertan |
|
|
|
|
 |
La mamma
copre delicatamente
di sparuti capelli solitari
il male.
I tuoi grandi occhi
dicono profondi pensieri
e angoscianti parole
che la bocca non può, non sa.
“Dì ciao alla dottoressa!”
No, non parlare
piccola
troveremo voci
in fondo alla strada del silenzio.
Non farà molto male,
piccola… piccola.
Gilda Bertan |
|
|
|
|
 |
Sulla rugginosa bitta seduto
il vecchio
sta.
Marinaio senza mare
scruta il fosco orizzonte
e la notte che viene
aspetta.
Luciano Lodoli |
|
|
 |
Il senso dell'estraneità
e l'esplorazione |
|
|
 |
|
|
|
|
 |
L'indistinta eco di una voce amica
ed il suo danzante intercalare
nella domestica stanza al risveglio
giunge serena a riportare
una itaca ancora ritrovata
ed una Penelope da baciare
il giorno della sfida al nuovo mare,
ultima.
Luciano Lodoli 2006 |
|
|
|
|
 |
Meu coração não se cansa de ter esperança
de um dia ser tudo o que quer
meu coração de criança
não és só a lembrança
de um vulto feliz de mulher
que passou por meu sonho
sem dizer adeus
e fez dos olhos meus um chorar mais sem fim
meu coração vagabundo
quer guardar o mundo em mim
Caetano Veloso |
|
|
|

Pinocchio... una chance ancora.
Disegno di Pupo (Lanfranco Lodoli)
|
 |
|
Chi, figlio degli antichi inviti |
|
|
 |
Chi, figlio degli antichi inviti
al dovere e alla prudenza,
ora guada, senza nocchiero, audace
fa passi lenti
e indietreggia, se occorre,
e sta fermo
mentre il pensiero lotta con se stesso,
tesi, antitesi
e nervi e muscoli si tendono,
agonisti, antagonisti
fermo
fermo
in equilibrio inquieto,
ma ha dalla sua l'azzardo della mente
e un giorno,
che vinca o perda,
starà sereno a mirare il rio dall'altra
sponda.
Angelo Saliani 2006 |
|
|
 |
|
La sola semplicità d'essere |
|
|
 |
Oggi, sembra ieri,
senza l'alternanza di niente,
ma con la sola semplicità d'essere.
Sembra banale,
rumori e odori
e la linearità delle cose,
ma ricorda un momento più distante,
intimo,
con le lancette ferme
a regalar speranza
e la voglia d'usar gli odori
al posto dell'ossigeno.
Sembrano ricordi in terza persona,
i gesti,
come scie luminose che persistono al buio,
che prendono importanza da loro stesse,
resistenza dal loro resistere.
Oggi lo spazio,
attorno a me,
si conquista da solo.
Io,
mi conquisto da solo.
Andrea Fontana |
|
|
 |
Il senso del tempo
e del vivere |
|
|
 |
|
|
|
|
 |
Vecchio
sul marciapiede
davanti a me silente cammini,
la spesa nella mano.
Vanno lentamente
le logore scarpe,
il fondo dei pantaloni sfilato,
la piega senza affetto.
Chissà per quale padre e quale figlio
batterà nel petto
il tuo ultimo sentire,
vecchio.
Gilda Bertan |
|
|
|
|
|
 |
|
Un racconto di Anna
Bergna |
|
|
|
Ricordava la fessura.
Infilò la lama del coltello a serramanico acquistato
quella stessa mattina, sollevò il fermo e aprì le
due ante di legno, come i teli di un sipario. Colpì
il vetro con la mano avvolta nella sciarpa: poteva
entrare. Non era più giovane e scavalcare il
davanzale le costò fatica e imbarazzo.
Il corpo era leggero fino all’inconsistenza, sfinito
dai ripetuti tentativi di annientamento.
Un’impalcatura vuota.
clicca per continuare la lettura
|
|
|
|
|
|
 |
|
Un racconto di Andrea Fontana |
|
|
La tasca del cappotto sembrava pulsare, a momenti,
chiamarmi in altri: “E’ questo il momento, è questo,
è questo!”
“So io quand’è il momento. Questo!” Mi strappo quasi
la mano destra ficcandomela nella tasca e cerco
furioso tentando di non dare nell’occhio.
Il freddo inanimato mi si propaga sulle dita, sui
polpastrelli. Di fronte a me le foglie sul viale,
tra gli alberi che si lasciano andare alla stagione
senza la volontà di far nulla.
Una vecchia signora seduta sulla sinistra, su di una
panchina, un vecchio signore su quella dopo, legge
l’una e l’altro ha lo sguardo perso nel vuoto.
Un poliziotto cammina in fondo la via, va bene così.
In contro mi viene una ragazza, capelli lisci e
neri, pelle candida e vestiti delicati, di lana. Mi
guarda, gli occhi, il mento, i capelli, e mi sorride
delicatamente, come il suo sguardo.
Mi piace quando le ragazze mi sorridono in quel modo
e così le lancio contro la mia mano sinistra, la
lancio alla sua gola. I suoi occhi in un attimo
cambiano forma, profondità, e sembrano chiedermi
“Perché? Come?” ma non le lascio tempo e me la
stringo contro. Estraggo la mano destra dalla tasca
e le punto la pistola alla fronte.
A quel punto i vecchi alla mia sinistra si agitano,
urlano e tentano di alzarsi. Subito grido: “Se vi
muovete, se qualcosa cambia anche minimamente allora
la ammazzo”. Il poliziotto mi vede ed estrae la
pistola, me la punta contro; è un ragazzo, come me.
Lo so, lo so, sembra non avere senso tutto questo e
non pretendo che qualcuno se lo immagini, il senso.
Qui nessuno ha colpa: i vecchietti si sono trovati
in questa situazione e neppure vi prenderanno parte,
questa poveretta tra le mie braccia ha unicamente la
colpa di essermi piaciuta, di essere il mio tipo e
di avermi sorriso, per il resto… e anche quel tizio
lì in uniforme, quello non è certo mio nemico perché
mi punta la pistola contro; quel tizio lì è come me
e si distingue da me solo per l’uniforme e la
posizione in questo spazio diversa dalla mia.
“Nessuno si deve muovere, nessuno deve fare nulla
altrimenti lei è morta”, e per quanto mi riguarda
sono cresciuto con queste frasi, alla televisione, e
quindi ora è naturale che mi vengano così bene.
“Avanti non c’è motivo di fare tutto questo, METTI
GIU’ LA PISTOLA!”
Bene, bravo ragazzo l’hai detto, hai fatto la tua
parte; e non sei il solo: i vecchietti sembrano
quasi stramazzare al suolo dall’emozione. Tutto è
perfetto e manca solo e soltanto una cosa: premo più
forte la canna sulla tempia della ragazza e la sua
guancia destra si bagna appena, di discrete lacrime.
Ecco, così. Mi muovo velocemente, risoluto e faccio
capire a tutti che sto per farlo, sto per premere il
grilletto.
Poi tutti, me compreso, tratteniamo il fiato, e
torniamo a respirare solo quando la polvere da sparo
grida nell’aria.
Da copione: il poliziotto ha sparato, e il criminale
con un buco nel petto cade a terra. Ora mi odiate lo
so, perché l’adrenalina ancora non vi fa ragionare,
ma domani, o dopodomani, forse implicitamente, mi
ringrazierete tutti. Tutti.
I vecchietti nella loro vita non hanno mai vissuto
nulla del genere, non hanno mai neppure pensato di
ritrovarsi in una situazione del genere e così
vivranno fino alla loro fine raccontando qualcosa,
sapendo qualcosa che gli altri non hanno mai visto,
se non nei film.
Il poliziotto, domani, o dopodomani, capirà che
tutto quello che gli hanno detto amici e colleghi è
vero, è un eroe, e metterà da parte tutti i veri e
finti atteggiamenti di modestia e guardandosi negli
occhi si ripeterà per tutta la vita, o quasi, che
lui è un gradino più vicino al signore, rispetto
agli altri, perché come per miracolo si trovava al
posto giusto al momento giusto ed ha salvato la vita
ad una povera ragazza indifesa.
La povera ragazza indifesa, beh tutto questo le
cambierà la vita: da domani, o dopodomani, non sarà
più il centro sottile d’un meccanismo superficiale,
ma forte, di compravendita; ogni minuto penserà e
ripenserà alla lacrima discreta che le ha bagnato la
guancia destra, la sua ipotetica ultima lacrima.
E, infine, per quanto riguarda me, beh ora, da morto
ammazzato dalla legge e dalla giustizia, da
criminale odiato che odiava e che per poco non
faceva una strage, beh ora ho preso anch’io il mio
ruolo nella società; anche io ora sono quello che
tutti vogliono che sia. |
|
|
|
 |
|
Un racconto di Andrea Fontana |
|
|
Un po’ di fumo dalle labbra, fino agli occhi e poi
tra i capelli. Tra suoni di passi lenti si aggirano
i miei piedi, senza suono.
Di fronte alle iridi la lunga colata d’acqua scura
che ospita vita e morte. Mi ci specchio un po’,
ancora un po’, e poi decido che è tutto lì quello
che m’aspettavo, quello che ho sempre atteso
succedesse nelle menti altrui e che mai è accaduto;
un fiume privo di gloria e di storia, solo colmo di
dolori senza nomi e amori senza valori.
Un’anatra guarda la riva asfaltata, boccheggia
nell’acqua invitando anche me a fare lo stesso
“Guarda che è buono…”.
Altro fumo dalle labbra mosse appena “Lo so, lo so,
anatra, lo so che è buono…” Qualcun altro,
chilometri distante, si affaccia come me maledicendo
l’acqua che dopo non molto passerà dalle mie parti.
“Perchè ce l’avete tutti con me? Io fluisco, zitta e
buona; perché tutti venite a prendervela con me?
Vorrei dirle qualcosa a questa povera acqua
demoralizzata, ma è vero, tutti veniamo da lei;
tutti ci malediciamo facendo il suo nome.
Ancora un po’ di fumo tra i capelli, getto il
mozzicone sotto la suola e con i pugni nelle tasche
tese me ne vado, lasciando il mio posto a qualche
altro disperato.
Forse anche a lui farà bene prendersela un po’ con
quest’acqua. |
|
|
|
 |
|
Un racconto di Andrea Fontana |
|
|
Pesanti le coperte. Ho caldo. Le scosto un po’ e
metto a terra i piedi. Il pavimento è freddo,
prevedibile lo so, e mi corre un brivido lungo tutta
la schiena. Batto un poco i denti per la stizza e mi
do lo slancio per alzarmi.
Resto dritto e rigido come un palo, fermo come un
faro a guardare il buio e mi torna in mente un
ricordo, una sensazione. Mi guardo indietro, guardo
il letto e cerco qualcuno: nessuna donna bruttina
rimorchiata in preda ai fumi dell’alcol, ma neppure
nessuna donna bella concessasi chissà per quale
motivo. Infatti nulla.
Metto in moto i piedi e supero tutte le piccole
porte della mia piccola casa fino a quando non entro
nel bagno. La luce sarebbe forse un colpo troppo
duro per me e decido che la penombra possa bastare.
Lo specchio mi guarda, che romanticone lui… Lo
specchio è un’invenzione antica, che come tutte le
cose antiche ha cambiato forma e struttura. Prima
uno specchio era un qualsiasi metallo riflettente,
ora invece è qualcosa di unico, uno specchio è uno
specchio. Qualche ingrediente, vetro, alluminio o
argento, ed ecco che il gioco è fatto.
Lo specchio, di fronte a me, lo sa quello che penso,
lo sa che credo nella sua unicità. Mi guarda e mi
lusinga; lo fa attraverso i miei occhi, quelli che
dentro di lui sembrano veri eppure sono solo
illusori, piatti e un po’ fasulli. Ed io sono lì,
riflesso in tutte le mie dimensioni eppure
totalmente falso, totalmente bidimensionale: non
posso non pensare che i colori della mia pelle, dei
miei capelli, dei miei occhi se sul mio corpo
rispettano dei meccanismi di fisica e di rigida
biologia, lì su quella superficie ambigua non sono
altro che un epifenomeno, un prodotto parassita che
si ripete nell’interezza senza prendersi il carico
di tutto quello che comporta essere veri.
Guardo l’immagine, guardo il riflesso e mi chiedo in
fondo chi sia meglio tra noi due, chi è più
conveniente. Insomma lui è li, non costa, non
consuma, non pretende, eppure muoversi si muove, ad
esistere esiste, se si accende una luce quell’iride
li si restringe e si dilata se là si spegne .
Quel riflesso, insomma, esiste e si esprime eppure
non danneggia, non rovina, come faccio io.
Quando conosco una persona non posso che pensare al
riflesso dello specchio, non posso che pensare che
in fondo quella persona ci guadagnerebbe a conoscere
quel mio riflesso; perché? Perché quel riflesso non
si chiederebbe mai se a quella persona converrebbe
conoscere l’oggetto reale da cui deriva.
Quando una persona mi dice paroline dolci
all’orecchio o mi dice enormità come le
dichiarazioni d’amore, anche in quel caso penso che
se le avesse dette all’immagine dello specchio ci
avrebbe comunque guadagnato; perché? Perché quando
si rimangerà le parole non dovrà mica dargli
spiegazioni, non dovrà mica vederlo soffrire, niente
di niente.
Un riflesso assoluto, in tutte le sue sfaccettature
è ben più sicuro e perfetto di un uomo assoluto. Lui
è lì e mi guarda con un piccolo sorriso dilagante
sulla faccia, la mia faccia. Ed ecco che la barba si
allunga un po’, i capelli si spostano di lato e si
allungano. Così forse va meglio, caro riflesso, ma
potrebbe significare la mia scomparsa.
Se tutti sceglieranno te, cosa rimarrà di me? |
|
|
|
 |
|
Un racconto di Andrea Fontana |
|
|
Rientrato a casa. Le chiavi nel chiudere la porta
fanno un rumore dannato. Qui dentro nel buio tutti
dormono e non vale la pena di svegliare alcuno; me
ne andrò subito a dormire. In fondo la giornata è
finita e non ho altro da fare, anzi non posso far
altro. Se solo le giornate avessero più ore o se
soltanto noi esseri umani non avessimo così tanto
bisogno di dormire e di riposare… chissà quante cose
potrei fare.
Beh è inutile pensarci perché tanto ormai la
giornata è finita e io me ne andrò a letto. Persino
la porta della mia stanza nel chiudersi sembra fare
un rumore spropositato o forse è solo il silenzio
circostante che lo amplifica? Ma guarda a cosa penso
a quest’ora, invece di andare a dormire.
Le coperte, soprattutto d’inverno, sembrano più
soffici e calde quando si è stanchi, quando dalla
mattina non si pensa che al dormire. Eppure non ho
molto sonno… Forse è meglio bere un bicchiere
d’acqua. No, non ho sete.
Fuori piove, non mi sembra che piovesse poco fa.
Tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic
tic tic tic.
Non sembrerebbe proprio pioggia, piuttosto lo scolo
di una grondaia.
Sembra sempre cadere la stessa goccia e non mille
differenti, sembra una sola goccia che nell’istante
preciso del toccar terra torna in su per cadere di
nuovo in un processo masochistico e autodistruttivo.
Sembro io.
Tic tic tic tic tic tic.
Ha rallentato il ritmo. Ha finito?
Tic
No. Continua.
Che ci troverà di divertente nel cadere… Forse per
lei, la goccia, ogni caduta sembra un giorno, un
nostro giorno comune con un inizio ed una fine… e
allora i nostri giorni cosa sono?
Che devo fare domani? Accidenti l’ho dimenticato di
nuovo. Mi capita sempre di dimenticare quello che
devo fare. Ah si ecco, ora ricordo. Chissà perché
quando devo incontrarmi con quella gente finisco
sempre per scordarmelo.
Un rumore. Forse sono svegli di là. Ma no figurati
dormono sempre molto e sempre prima di me. Ma perché
non ho sonno questa sera? Perché non riesco ad
addormentarmi?
Tic
Ancora… Tic Tic
Tic tic tic tic tic tic tic.
Si diverte proprio. Almeno lei…
Forse dovrei provare con le pecore,vediamo: un bel
prato, una bella giornata di primavera, un bel
recinto da scavalcare… ma se le pecore scavalcano il
recinto vuol dire che scappano e se scappano poi il
pastore le deve inseguire, riprendere, riportare
indietro e allora non sono tranquillo fino a quando
tutte le pecore non hanno scavalcato di nuovo il
recinto e sono tornate dentro… meglio mettere un bel
masso da saltare.
Poi vediamo, sono tutte bianche… ma le pecore sono
tutte bianche? E quel modo di dire “sei la pecora
nera”? E come si fa?
Forse è meglio mettere tutte mucche, certo non sono
agili come le pecore però… e se poi saltando il
masso cadono? Certo non mi preoccupo per le mucche è
che poi mi metto a ridere e non mi addormento più
pensando ad una mucca che cade… dai non cade!
Che manca? Nulla. Quindi:una mucca, due mucche, tre
mucche…
Ma chissà poi perché non mi viene affatto sonno?
Forse è il caffé che ho preso questa sera. Ma chissà
se è vero che il caffé ti tiene sveglio; certo la
caffeina è uno stimolante ma un caffé, solo un
caffé? Forse dovrei scrivere al computer, così
almeno mi stanco e mi viene sonno… E cosa scrivo?
Quattro mucche, cinque mucche, sei mucche… chissà
cosa succede se una mucca beve il latte. Sarebbe
divertente vederlo… Forse è meglio smetterla con le
mucche.
Mucca. Ha uno strano suono ”mucca”. A volte è bello
fermarsi ad ascoltare il suono delle parole comuni,
quelle parole che senti e pronunci senza renderti
conto del loro suono.
Qualche anno fa mi divertivo ad inventare parole
unendone alcune, praticamente in una frase senza
spazi.
Vediamo: “mesenzabuio”. Suona bene. Oppure:
“vividame”. Anche questa suona bene.
Tic.
Eccola qui.
tic tic tic tic tic tic tic tic.
Forse è meglio contare le gocce. Sarebbe bello
addormentarsi. Forse se penso a nulla…
Tic tic tic. |
|
 |
|
DIALOGO NOTTURNO TRA NONNO E NIPOTE |
|
|
 |
|
un racconto di Luciano Lodoli da "La
strategia di Shahrazad" |
|
|
Nonno: - Che fai con quei miei fogli in mano?
Nipote: - Ho cominciato a leggere per caso e ho
continuato sperando di capire cosa stai facendo in
questi giorni chiuso nel tuo studio, senza uscire
mai di casa e senza farti neanche la barba...
Nonno: - Sto completando la mia tesi
Nipote: - Sarebbe questa?
Nonno: - No, no... veramente ce l’avrei già pronta
la mia tesi ma non mi decido a consegnarla perché mi
sembra così banalmente scolastica che non riesco a
riconoscerla come mia.
Nipote: - A te che importa della tesi?
Nonno: - Mah, un titolo accademico, anche dopo i
sessant’anni, è sempre un qualcosa da considerare
con un certo rispetto.
Nipote: - Ma queste cose che ho letto in questi
fogli: di che parli? Chi è questa Shahrazàd? Chi è
Clumsy Carp? E questo Liotti, della principessa, è
un tuo amico?
Nonno: - No, no, Liotti non è un mio amico, mi
piacerebbe, forse, ma lui neanche mi conosce.
Nipote: - E la principessa?
Nonno: - Mah, la principessa è una cosa sua. Credo
che per lui rappresenti la realtà che c’è dietro, o
in fondo o da qualche parte... un qualcosa che lui
continuamente ha l’impressione di stare per
raggiungere ma...
Nipote: - Metafora è il nome della principessa?
Nonno: - No... sarebbe più giusto dire che il nome
potrebbe essere Verità, oppure Realtà... la
metafora... beh è un modo per dire qualcosa che non
sapremmo dire altrimenti, oppure per parlare di cose
che non sappiamo se esistano o no.
Sai che cos’è una poesia?
Nipote: - Forse sì. Non so... sì, una poesia la
conosco.
Nonno: - Me la sapresti recitare?
Nipote (spostandosi al centro della stanza ed
assumendo l’atteggiamento del bravo scolaro) recita:
-
"Viaggio in Lamponia, di Gianni Rodari.
Si può viaggiare in treno, in automobile,
ed in macchina da scrivere perché no?
Io ci ho provato
Semplicemente battendo un tasto sbagliato
Sono arrivato in Lamponia un paese…"
Nonno: - Vedi hai detto: si può viaggiare in
macchina da scrivere!
Nipote: - Ho capito, una metafora è una macchina da
scrivere!
Nonno (abbracciandolo): - Non è così, ma è più
carina, la tua trovata, di una metafora ben capita!
Nipote: - Ma la metafora... cosa è una metafora?
Nonno: - La metafora, alle tre di notte, può essere
una poesia, una principessa, un pipistrello, un bel
sogno, un letto caldo… ma di giorno è qualcosa di
molto più serio.
Nipote:- E... Batman?
Nonno: - Bateson, Gregory Bateson, è stato uno
scienziato, un pensatore, un grande creatore di
metafore. Inventore di un originale linguaggio
sorprendentemente poetico, una sorta di metaforese,
un linguaggio originale con cui esprimere le
metafore via via create…
Nipote: - Nonno mi porti a letto e mi racconti la
favola di nonno Mago?
Nonno: - Nonno Mago è una metafora…
Dopo qualche minuto il nonno giace addormentato
accanto al letto del nipotino ed entrambi godono il
rilassamento beato di un profondo sonno ristoratore.
Sognando…
Nonno: - … e alla fine di questa avventura nonno
Mago sta seduto ad un tavolo della taverna del paese
ed esclama concitato rivolto agli astanti: -
“credetemi, se avessi saputo dare forma ed apparenza
di verità alle mie argomentazioni, l’eco stessa
delle mie parole sarebbe risuonata falsa in ogni
angolo della mia mente ed in ogni taverna di questa
città!”
Nipote:- Dai raccontamene un’altra! Perché non mi
racconti una di quelle di Shahrazàd? Hai scritto: -
“Il re disse: O Shahrazàd, come sono belli questi
racconti, ne conosci degli altri simili? Ed ella
narrò.”
Nonno: - E’ una citazione da “Le Mille e una notte”.
Nipote: - Cos’è una citazione?
Nonno: - Una citazione è qualcosa presa da uno
scritto o da un detto di qualcuno che ha espresso
bene un concetto che noi vorremmo riprendere.
Nipote: - Ma, nonno, tu poi non hai scritto più
nulla di questa Shahrazàd e di queste “Mille e una
notte”…
Nonno: - Beh, ne avrei certamente parlato ma tu sei
comparso prima che io potessi farlo!
Nipote: - E cosa avresti voluto scrivere di
Shahrazàd?
Nonno: - Soltanto questo: io avrei voluto scrivere
qualcosa su qualcosa che un po’ esiste e un po’ non
esiste, ma che se non ci fosse nemmeno in metafora
sarebbe come se nessuno di noi fosse mai esistito e
nessuno possa mai esistere…
Nipote: - Comincio a capire, anche io sono una
metafora…
Nonno: - In che senso?
Nipote: - Beh, tu non hai nipoti nonno ed io,
quindi, non esisto!
Nonno: - Ma mi piacerebbe averne, di nipoti, anzi mi
piacerebbe avere te Nip come nipote, però in fondo è
vero: tu stesso sei una metafora!
Nipote: - Soltanto?
Nonno: - Qualcosa di più di una metafora, certo. Tu
ormai sei nella mia mente, nello stesso modo in cui
ci possono essere Bateson, Clumsy Carp, Antonio
Odisseo, Shahrazàd, il Dalai Lama, Bin Laden, o
qualsiasi altra persona, che non abbia mai
conosciuto personalmente, ma che in qualche modo ha
trovato una rappresentazione nella mia mente…
Nipote: - Comincio a capire, è come se io esistessi,
ma solo a metà! Per esistere davvero ci dovrebbe
essere un qualcosa, che sarei io, che avesse nella
mente te, nonno!
Nonno: - Ti amo Nip! Probabilmente con quest’ultima
considerazione ti sei conquistato la dignità di
esistere almeno allo 0,75!
Nipote: - Ma Shahrazàd?
Nonno: - Ormai ti voglio tanto bene che non me la
sento di farti notare che sono le sei del mattino…
Shahrazàd era una bellissima principessa che un
giorno decise di sposare un re crudelissimo, che
negli ultimi tre anni aveva preteso di sposare e
possedere ogni giorno una nuova bellissima ed
illibata fanciulla. Fanciulla che poi il re aveva
spietatamente ucciso, ogni volta, alla fine della
prima notte di nozze. Il re uccideva tutte queste
fanciulle per vendicarsi dell’infedeltà della sua
prima amatissima sposa.
In capo a tre anni era ormai quasi impossibile
trovare fanciulle vergini ed un giorno il visir, che
era il papà di Shahrazàd e che aveva tra l’altro il
compito di trovare le vergini per il re, era
disperato perché se non avesse trovato una fanciulla
entro la sera sarebbe sicuramente stato decapitato
egli stesso. Shahrazàd, che oltre ad essere
bellissima era anche una fanciulla sensibile e, come
diremmo oggi, un’acuta psicologa, un po’ per salvare
il padre, un po’ per salvare tante altre infelici
fanciulle, propose di offrirsi lei stessa in sposa
al re, convinta anche di potersi salvare
conquistandone in qualche modo la benevolenza
Nipote: - E ci riuscì?
Nonno: - Shahrazàd riuscì a conquistarsi la
benevolenza e l’amore del re raccontando delle
meravigliose storie, ogni sera più belle, facendo
così in modo che il re, desiderando sopra ogni cosa
avere un’altra storia da ascoltare, rinviasse ogni
giorno l’uccisione di Shahrazàd finché, dopo mille
notti, non si accorse di avere completamente
dimenticato la sua rabbia e il desiderio di
vendicarsi.
Nipote:- Ma cosa c’entra con quello che stai
scrivendo?
Nonno: - Ora che cominci a capire tante cose, puoi
forse aver un’idea di che cosa sia un discorso
circolare. Tornando e ritornando su uno stesso
argomento, in modo tale che ogni volta qualche
particolare magari piccolo venga aggiunto, qualche
altro aspetto sia presentato sotto un punto di vista
diverso, qualche altra cosa che prima era separata
sia presentata in qualche relazione e così via,
passando attraverso tutti i possibili stadi della
disperazione ogni volta che i significati diventano
più oscuri e più difficili da mettere a fuoco,
improvvisamente, se ciò avviene, abbiamo la
piacevole sorpresa di scoprire che qualcosa di
quello che cercavamo, qualcosa che ha acquistato un
significato sorprendentemente nuovo e stimolante.
Penso alla mente, alla coscienza, all’identità, alla
Principessa, o come la vogliamo chiamare, come
qualcosa costituito di due parti che si continuano
una nell’altra.
Una parte esprimibile, di cui ci si può facilmente
prender carico con un metodo di osservazione e di
studio, basato sul significato che gli studiosi che
le studiano danno alle parole.
L’altra parte il tacito, la coscienza tacita, è
invece tale che, non potendosi affrontare a parole,
si potrebbe decidere di non considerarla affatto.
Come molti fanno.
Ma se il tacito si è scelto come proprio personale,
esistenziale, oggetto di studio, è necessario
armarsi di tutta la pazienza necessaria e
circondarlo con i propri discorsi circolari,
arruolando ad ogni giro nuove metafore, metafore di
metafore e favole, nonni, nipoti ed esercitando l’
abitudine ad osservare i nostri stati interiori.
“Le mille e una notte” infine, sono l’opera
letteraria in cui ogni angolo del tacito viene in
mille modi evocato, in poesia, in prosa, in canto,
nella rappresentazione più realmente realistica o
fantasticamente fantastica…
Nipote:- E le vergini? Le vergini furono salve?
Nonno: - Le vergini furono salve! Quella volta…
Luciano Lodoli 2004 |
|
 |
|
UNA GITA IN BALILLA NEL 1945 |
|
|
 |
|
un racconto di Luciano Lodoli da "La
strategia di Shahrazad" |
|
|
|
 |
 |
|
|
 |
|
Dovevo avere poco più di due anni il giorno
che feci la mia prima uscita dalla città.
Forse quella era anche la prima gita che i
miei genitori facevano dopo la fine della
guerra, grazie alla ricomparsa dei primi
rari litri di benzina venduti non a borsa
nera.
Era un pomeriggio di tardo autunno
probabilmente. Il mio fratellino maggiore
dormiva sdraiato sul sedile posteriore
dell’auto ed io, felice, me ne stavo in
braccio a mia madre e guardavo di tanto in
tanto fuori dal finestrino della nostra Fiat
Balilla nera a tre marce, già vecchia nel
1945.
Ogni tanto, distrattamente, guardavo e
ascoltavo mia madre e mio padre che
conversavano o tacevano lieti. Assaporavo
un’ineffabile e pervasiva felicità, che
poche volte ebbi ancora modo di provare,
prima che mi fosse usurpata per sempre dal
nascere, inopinato ed incalzante, dei miei
fratelli più piccoli.
Assaporavo dunque quella serena pienezza
estatica che la titolarità del grembo
materno, caldo, sacro luogo di delizia, sola
può dare quando ad un tratto trasalii: ebbi
la subitanea consapevolezza d’essere come
risucchiato, precipitato al cospetto del
“mondo di fuori”, la cui presenza
improvvisamente mi turbava e mi affascinava
ad un tempo.
Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di
piccolo bambino, ai piedi della collina su
cui la nostra auto si arrampicava
percorrendo una sconnessa strada bianca, il
dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai
più diversi e cupi toni di verde e screziata
di macchie color rosso-ruggine, estesa fino
a lambire laggiù nere e minacciose montagne.
Non so immaginare a conclusione di quali
percorsi di tacita cognizione e di
subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma
indicando quello che scorgevo fuori del
finestrino mi trovai ad urlare:
“il mare, il mare, il mare!… il mare, il
mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…”
e così via per qualche interminabile
momento, quasi in stato crepuscolare,
estraniato ormai dal paradiso interiore in
cui ero immerso fino a pochi attimi prima.
Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita
ma, dimentica del mio essere un bambino di
due anni, con ansiosa e sollecita
apprensione, cercava anche di riportarmi
alla realtà, alla sua realtà.
Non poteva certo mia madre avere idea di
quanto quell’episodio di mutamento di
esperienza di “vivendo” mi aveva
inesorabilmente cambiato.
Avevo maturato una percezione del mio
esistere qualitativamente differente: nulla
di ciò che sentivo di essere prima era
scomparso, ma ciò che ero prima si trovava
ad essere ri-compreso in qualcosa di
esperenzialmente sovraordinato che prima non
c’era.
E’ del resto ovviamente banale che mia
madre, dal suo punto di vista, si
preoccupasse del mio confondere una foresta
estesa e vista dall’alto con il mare.
E’ altrettanto ovviamente banale che una
tale preoccupazione fosse del tutto fuori
luogo: che importanza poteva avere per me
confondere una foresta con il mare dal
momento che io non avevo mai visto prima né
l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi
avrei conosciuto da vicino anche il mare e
la foresta cominciavo a sapere ormai cosa
fosse.
Era accaduto qualcosa di una portata ben più
grande: ciò che aveva suscitato quel mio
sconvolgente meraviglioso e terribile
trasalimento era la scoperta tacita,
esperienziale, diretta, per molti anni per
me indicibile e incomunicabile, ma
chiarissima da subito, dell’esistenza in me
(nella mia “mente” avrei detto più tardi),
contemporanea, contigua e integrabile ma non
omologabile, di una realtà di soggetto
esperiente da un lato e dall’altro di una
realtà in qualche modo inesorabilmente
esterna, percepibile ma non esperibile.
E mia madre stessa apparteneva (umanità
tapina!) a questa seconda forma della
realtà.
Io avevo perduto la cittadinanza della valle
dell’Eden...
Luciano Lodoli 2004 |
|
|
|
|
 |
|
|
|

Gro d'Italia 1962 (foto Luciano Lodoli) |
 |
|
Fabrizio Semper e la Milano - San Remo |
|
|
 |
Questa notte mi sono svegliato, come spesso
mi accade, e sono rimasto per un po’ a
ruminare pensieri legati a due o tre banali
accadimenti di ieri.
Quasi inavvertitamente ben presto sono
passato a ricordare e rivivere intensamente,
un lontanissimo giorno dei miei ventidue
anni.
Ciclista professionista nella squadra F.
soltanto da due mesi, correvo quel giorno la
mia prima Milano - San Remo.
Poco prima del via ero stato avvicinato dal
direttore sportivo della nostra squadra che
senza preamboli mi aveva detto:
- Te Fabrizio che sei nuovo e che non mi
puoi aiutare per far vincere il B, allora,
se ci riesci, vai via “alla morte” al ponte
lungo, quello dopo l’albergo del Mario, e
cerchi di arrivare da solo sulla cima del
Turchino, che lì c’e il cinegiornale e forsi
anca la TV. Ti te alzi e fai vedere la
maglia ben bene, davanti, dove c’e la
scritta del frigo ... poi te ti fermi e ti
portiamo a casa noi in ammiraglia. -
Io feci, forse, un cenno ambiguo che poteva
essere o no d’assenso, di sicuro pensai: tu
sei matto se pensi io mi vada ad ammazzare
di fatica e poi mi ritiri per farmi
riprendere la scritta della maglia dal
cinegiornale! E poi pensai anche: chi me la
dà la forza per andare in fuga alla Milano
San Remo!
Come sia avvenuto non lo ricordo, ma poi in
fuga solitaria mi ci trovai davvero e non
dal ponte lungo, ma da molto prima.
All’inizio della salita del Turchino ero
ormai da molti chilometri sempre più
penosamente in difficoltà, avevo un mal di
gambe mai provato prima in vita mia e la
baldanzosa energia che mi aveva sorretto per
quasi due ore era ormai meno di un ricordo.
Non conoscevo il mio vantaggio e, poiché ero
un ciclista sconosciuto, mai visto e sentito
prima, ero stato lasciato solo, preceduto
dalle staffette della polizia e seguito dal
nulla più assoluto.
Cadeva una pioggia gelida mista a nevischio
per questo gli spettatori a bordo strada
erano pochi, infreddoliti e talmente presi
dall’attesa dell’arrivo dei loro campioni
favoriti, che molti non si accorgevano
neppure del mio passaggio.
Solo qualcuno ogni tanto, per fare qualcosa,
mi gridava da dietro: - alè Pippo! -
scambiandomi per il compagno di squadra
influenzato, che avevo sostituito all’ultimo
momento, io infatti portavo sulla schiena il
numero a lui attribuito nell’elenco degli
iscritti pubblicato sulla “Gazzetta dello
Sport”.
Giunto, più morto che vivo, ad un paio di
chilometri dalla vetta, fui raggiunto a
tutta velocità dalla macchina del direttore
sportivo che, affacciatosi al finestrino mi
disse spiccio:
- Te Fabrizio fermati pure, tanto è brutto
tempo e quindi non c’è il cinegiornale e
nianca la tele! Dai fermati e sali, che
dobbiamo tornare dietro al gruppo e pensare
a far vincere il B. –
Io feci finta di non sentire e, bene o male,
riuscii a raggiungere il passo del Turchino
ancora in testa alla corsa.
Subito dopo mi fermai sul ciglio della
strada e non fui raccolto dall’auto
ammiraglia del mio direttore sportivo, nè
dalle altre auto al seguito della nostra
squadra e dovetti aspettare l’arrivo della
“vettura scopa” dell’organizzazione.
Da allora nella squadra S. fui considerato
un “chi credi di essere?” presuntuoso ed
insofferente.
Ben presto dovetti passare ad una squadra
meno importante e la mia carriera
ciclistica, mai brillante, si esaurì in
pochi anni.
Da allora di anni ne sono passati più di
quaranta e molte volte ho ricordato e
rivissuto quella mia prima Milano San Remo.
Talora ho anche provato un po’ d’orgoglio
per quella impresa inutile e misconosciuta e
per quella piccolissima insubordinazione.
Luciano Lodoli 2006 |
|
|
 |
|
IL BRUTTO RAGNETTO un racconto di Jan
Mais |
|
|
 |
C'era una volta una comunità di ragni che
viveva in un rovo.
I loro giochi preferiti erano lanciarsi con
le liane e intrecciare ragnatele. Per
riuscire a tesserle bene occorreva un lungo
apprendistato: si iniziava da quelle più
semplici, di forma triangolare, per poi
passare a quelle quadrate, pentagonali,
esagonali... più lati aveva il perimetro,
più una tela veniva apprezzata.
Lady B. era sempre stata l'ultima della
classe. Aveva poca saliva e cuciva a maglie
troppo larghe.
"Come speri di acchiappare un insetto?" le
diceva mastro Kraepelin "nelle tue reti ci
passa un elefante!".
Il punto era che a Lady B. gli insetti non
interessavano affatto: preferiva cibarsi di
petali e teneri germogli. Inorridiva quando
vedeva strappare l'ala di una farfalla o
quando sentiva rosicchiare una zampa di
mosca. E poi non sopportava la vista delle
siringhe: quando vedeva un ragno lanciarsi
sulla preda per iniettarle il veleno
chiudeva gli occhi. Gli altri ragnetti la
prendevano in giro per la sua lentezza ed
anche per il vestito a pois.
Più di una volta l'avevano legata al letto
come un salame.
Lady B. aveva finito per detestarli e
trascorreva la maggior parte del tempo
lontano dal rovo.
Era invece attratta dagli umani.
Ne ammirava gli abiti colorati, le morbide
superfici, la melodia della voce. Vedeva che
incoraggiavano le sue esplorazioni e
sembrava che la sua presenza li mettesse di
buon umore. Passando ore ed ore ad ascoltare
riuscì a comprenderne il linguaggio.
Un giorno sentì due ragazzi che dicevano:
"guarda, una coccinella!"
"passamela, porta fortuna!".
Non fece più ritorno al rovo. Tra i ragni
corse voce che s'era impiccata tentando di
montare una tela.
"Peccato", commentò Kraepelin, "attirava le
prede".
Paolo Clemente 2006 |
|
|
|
|
 |
|
|
 |
Il senso dell'ignoto
ed il riconoscimento |
|
|
 |
|
|
 |
|
IL DOLORE ALLA SPALLA un racconto di Jan
Mais |
|
|
 |
Aldo era stato un bambino diverso.
Aveva cominciato col nascere prima del
termine. Del parto ricordava tutto, anche se
nessuno gli credeva. Ricordava persino il
senso di oppressione che gli derivava
dall’utero divenuto sempre più stretto. Dopo
la nascita gli doleva la spalla che aveva
premuto contro la parete del sacco
vitellino.
Ora, prossimo al diploma di scuola
superiore, aveva ricominciato a dolergli.
A Natale aveva fatto un viaggio in Australia
con i genitori. Lo avevano attratto i
cuccioli di canguro, per il loro stare un
po’ dentro e un po’ fuori il marsupio: a
loro la spalla non avrebbe certo fatto male.
Soprattutto lo aveva colpito un aborigeno,
scuro di pelle e vestito di cenci.
Oltre alle palpebre semichiuse, ciò che lo
aveva impressionato di più era un suono
misterioso che sembrava seguire l’aborigeno
come un profumo: ne aveva annunziato
l’arrivo e ne aveva accompagnato il
passaggio scomparendo con lui.
Somigliava incredibilmente ad un cieco che
abitualmente suonava uno strano strumento e
chiedeva l’elemosina al corso. Anch’egli era
scuro di pelle ed il suo viso emanava
infinita serenità. Il suono gli era sembrato
lo stesso, ma era impossibile che fosse la
stessa persona.
Tornato dal viaggio andò a cercare il
mendicante. Gli diede l’elemosina e poi si
sedette ad ascoltare dall’altra parte della
strada. Ebbe modo di osservare bene lo
strumento: era di legno, a forma di tubo, ed
emetteva un suono che gli ricordava il
rumore che fa l’acqua quando scorre nel
sottosuolo.
Poi navigò su internet, cercando il “tubo”
del suonatore cieco. Scoprì che si trattava
di uno strumento tradizionale australiano.
In un attimo aveva già deciso: dopo l’esame
di stato sarebbe tornato in Australia,
questa volta da solo.
Comunicò la decisione ai genitori che posero
come unica condizione la promozione. Allora
si buttò nello studio giorno e notte,
andando avanti a caffè e sigarette. Sfangò
l’esame col minimo: l’orale fu una frana, ma
per fortuna riuscì a scopiazzare qualcosa
agli scritti.
Tutto era pronto per il viaggio della vita.
Invece fu investito da un’auto mentre
camminava tranquillo sul marciapiede.
Riportò lesioni interne e numerose fratture.
Suo padre dovette partire per lavoro, sua
madre restò ad assisterlo: doveva fare un
paio di mesi d’ospedale in un edificio
d’epoca ormai fatiscente.
Un giorno, mentre stava cominciando a
camminare con le stampelle, vide il
mendicante che suonava nel cortile
dell’ospedale: era troppo lontano per
sentire il suono, ma se avessero aperto una
finestra forse ci sarebbe riuscito.
Purtroppo nessun infermiere si prese la
responsabilità di aprire i vecchi finestroni
che davano sul cortile: avevano paura di non
riuscire più a richiuderli.
Quella notte fece un sogno. Si trovava nel
cuore di uno scontro all’arma bianca. A
fianco a lui combattevano degli sconosciuti,
mentre i nemici erano tutte persone che
conosceva: compagni di scuola, parenti,
persino i genitori erano contro di lui.
Cercava di far finta di combattere per non
far del male a nessuno. Allo stesso tempo
doveva riuscire ad evitare i fendenti dei
nemici che non erano altrettanto generosi
con lui. Ad un certo punto venne colpito
alla spalla sinistra, cadde e si svegliò.
Accanto a lui c’era il suonatore cieco che
gli porgeva lo strumento. Cominciò a
soffiarvi dentro e il suono si diffondeva
ovunque. La stanza era piena zeppa di
persone accorse da tutto l’ospedale per
ascoltarlo.
Poi si svegliò di nuovo, questa volta
davvero. Erano le sei del mattino,
l’infermiera stava ricaricando la flebo.
Le chiese: -Quello che suonava giù nel
cortile, è australiano?
-Chi, Baiame? Perché?
-Perché l’ho sognato.
L’infermiera sorrise e in quel sorriso Aldo
riconobbe il suonatore cieco.
Non disse nulla, gli occhi gli si velarono,
il dolore alla spalla era sparito. Aveva
capito che non aveva più voglia di partire,
ma solo di imparare a suonare lo strumento
di Baiame.
Paolo Clemente
|
|
|
|
|
 |
|
|
|
|
|
|
 |