Poetica noetica

 

Madonna piangente

Disegno di Lanfranco Lodoli

 
 

"Il bello e il brutto, il letterale e il metaforico, il sano e il folle, il comico e il serio... perfino l'amore e l'odio, sono tutti temi che oggi la scienza evita.
Ma tra pochi anni, quando la spaccatura fra i problemi della mente e i problemi della natura cesserà di essere un fattore determinante di ciò su cui è impossibile riflettere, essi diventeranno accessibili al pensiero formale. "

Gregory Bateson

Bateson G., Bateson M. C. Dove gli angeli esitano - Adelphi, Milano, 1989

 

Madonna piangente 1

Disegno di Lanfranco Lodoli

 

"Una certa mamma, quando il suo bambino ha mangiato gli spinaci, lo premia di solito con un gelato.

Di quali ulteriori informazioni avreste bisogno per essere in grado di predire se il bambino:

a) giungerà ad amare o a odiare gli spinaci;

b) ad amare o a odiare il gelato;

c) ad amare o a odiare la mamma?"

Gregory Bateson

Bateson, G. Verso un'ecologia della mente- Adelphi, Milano, 1977

 
 

 

Bambini Masai (foto di Luca Lodoli 2009)

 

Aiutiamo L'Aquila a riprendere il suo millenario volo

Trittico Aquilano

 

POESIE

 

        PESCE poesia di Anna Bergna

 

  Ascolta la Poesia letta dall'Autrice

 

 

   

 

 

Luciano Lodoli - Colleziono suggestioni
LietoColle - Collana Erato - 2011

 

La raccolta si svolge attraverso quattro raggruppamenti di testi che sviluppano il tema del rapporto con la poesia, il tempo, gli affetti e l’osservazione di fatti sociali, il tutto con l’occhio del “collezionista” di suggestioni

 

 

 

M. A. Molinari su Colleziono suggestioni di Luciano Lodoli

Recensione pubblicata su LietoColle  http://www.lietocolle.info

Ho bisogno di poesia, questa magia che brucia la pesantezza delle parole, che risveglia le emozioni e dà colori nuovi (Alda Merini). Questo è l’esergo con cui Luciano Lodoli introduce la sua opera prima, un passaggio che ci porta a chiederci perché abbia aspettato tanto tempo nel presentarsi con la sua intensa e raffinata scrittura.
“… In lento procedere stocastico / collezioni suggestioni / non poesia.” (Poetica spuria – pag. 9); “Al risveglio talora può perdersi / una poesia nata in sogno dal nulla… / ..come fa galaverna nella bruma” (Come fa galaverna – pag. 10); “… Il poeta è nella mia mente / ogni volta che leggo / una poesia.” (Il poeta pag. 11). Sin dai primi versi di questa silloge la sensazione che si ha è quella di essere di fronte a una scrittura incisiva e toccante. La bellezza della sintesi di Lodoli è apprezzabile in ogni passaggio. Preziosa è la semplicità con cui circoscrive gli spazi, rilasciando nel contempo una musicalità sempre ampia e armoniosa.
Nel suo sviluppo, “Colleziono suggestioni” si dipana attraverso quattro micro sezioni: dopo Alda Merini, si affida a personaggi parimenti suggestivi come Agostino, Montale e Pier Paolo Pasolini.
Se nella prima sezione Lodoli ci tratteggia il suo rapporto con la poesia, nelle successive usa il suo occhio da “collezionista” per registrare le emozioni del tempo “… ove il sogno al sonno lascia luogo / sentiero e soglia / al nulla impercorribile / e profondo.” (Al nulla impercorribile e profondo – pag. 19) - “Inesprimibile il mistero / scuote il nulla / ove la tenebra / incombe / grave e immutata.” (Inesprimibile – pag. 22), la stratificazione degli affetti “Così giovane ti incontrai schiva e carina… / …Quarant’anni / e sono legato ancora / forse un po’ di più.” (Schiva – Pag. 25) – “…Madre ti scorgo ora, / aldilà, nel sonno che viene / e come sempre rivivrai al mattino / tenace e flebile nel mio ricordo.” (Ti scorgo ora pag. 29), la trasformazione-registrazione di fatti sociali di estrema risonanza-luttuosa-rilevanza “…A stento la mente / basta oggi al compianto. / Domani la pietà e il coraggio.” (Trittico Aquilano 1 – dopo il sisma – pag. 34) – “…gli sventurati superstiti inermi / seppelliscono i loro morti / e vengono / inesorabilmente / depredati.” (Trittico Aquilano 2 – Depredati – pag. 35) – “Parole non sono / che possano / più delle crude immagini / alla memoria / l’immensità dire / …” (Memoria della Shoah – pag. 37).
La silloge di Luciano Lodoli respira ariosa di suggestioni vissute attraverso una indubbia sensibilità, per mezzo di una capacità testuale e verbale di sicuro interesse.

Maurizio Alberto Molinari

 

 

Cinzia Marulli Ramadori: Impressioni: dalla lettura della raccolta poetica “Colleziono suggestioni” di Luciano Lodoli (LietoColle 2011)

Recensione pubblicata su La Recherche  http://www.larecherche.it

Già nel titolo appare la potenza racchiusa in questa raccolta poetica di Luciano Lodoli: “Colleziono suggestioni” (LietoColle 2011); perché profonda è la sensibilità dell’animo umano, ma soprattutto profondo è il suo essere tra le cose, nella vita, dove emozioni, azioni, sentimenti, persone, luoghi e circostanze agiscono come forze esterne che abbracciano e scuotono lo spirito impadronendosi del sentire. Vi è però anche una chiara consapevolezza, un volersi lasciar trasportare e un desiderio necessario di ascoltare il proprio animo così arricchito dalla vita.
La raccolta, seppur breve, contiene ben quattro sezioni, ognuna rappresentativa di aspetti evidentemente importanti della e nella vita dell’autore, un sunto di priorità attraversate una ad una dalla parola poetica, quasi a voler rendere materia proprio quelle “suggestioni” collezionate. Significativo è il fatto che ogni sezione ha come titolo una frase, un verso, un aforisma di altri autori che racchiudono in sé l’argomentazione trattato da Lodoli; come se una semplice denominazione non fosse sufficiente ad abbracciare l’intero discorso; infatti le frasi scelte non costituiscono la mera definizione del tema trattato, ma aprono un sentiero e trasportano il lettore attraverso un percorso di percezione; l’argomento dunque non è esplicitamente dichiarato, ma è espresso attraverso una citazione che ne crei la “suggestione”. Perché in questo “libricino” tutto è esattamente dove deve essere. Non ci sono inutilità, ma elementi primari.
La prima sezione è dedicata proprio alla poesia e ad annunciarla troviamo dei meravigliosi versi di Alda Merini “Ho bisogno di poesia, / questa magia che brucia la pesantezza delle / parole, / che risveglia le emozioni e dà colori nuovi”. Una chiara dichiarazione di poetica che Luciano Lodoli rende propria e argomenta con le sue poesie nelle quali si evidenzia la centralità della parola poetica, tanto importante da sentire il bisogno di poetare sul poetare. La poesia crea dunque un mondo altro, entriamo nella terra di mezzo di Tolkien e non è dunque riconducibile ad un banale sfogo, ad un limitativo atteggiamento introspettivo, ma assume un ruolo purificatore che invade l’animo umano il quale può solo accoglierla in calici scelti perché essa come acqua sorgiva / pura e fresca / nasce / dal profondo./
In questo connubio poesia-acqua si ritrova appunto la valenza purificatrice e salvifica: è il poeta… che dà colore alle domande e significato alla fragilità”.
Quattro sono le poesie dedicate alla prima sezione, solo quattro verrebbe da dire, ma la loro potenza poetica ne dilata il numero, ne amplifica il dettato in una sintesi di grande rilevanza stilistica e contenutistica.
La seconda sezione si apre con una frase di Sant’Agostino (definito in tale contesto semplicemente “Agostino”; forse, mi viene da pensare, per sottolineare il senso filosofico della frase stessa senza implicazioni religiose che possano deviarne la comprensione) e che recita: “Non ci sono propriamente tre Tempi, il passato, il presente, il futuro, ma soltanto tre presenti: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro.” Il Tempo dunque assunto a coscienza con tutte le sue infinite implicazioni; il tempo della vita, l’importanza di vivere il presente come nei versi tratti dalla poesia “La mappa e il territorio”: Ciascuno chiude il proprio cammino / quando il territorio a lui dispare / e la personale mappa completa / che i superstiti per poco ancora / forse si illuderanno di ricordare/. Ecco dunque che inevitabilmente si collega al tempo il concetto della fine che ritroviamo praticamente in tutte le poesie dedicate a questa sezione così come vi troviamo anche il concetto di inizio e di vita. Il presente diventa una sorta di segmento racchiuso tra “Due nulla”…infinito prima e indefinito / poi / si sfiorano. / Due parentesi / due nulla / circoscrivono altere / e inesorabili / il senso inafferrabile / elusivo e inquietante / di quanto noi diciamo / esistere./ Si potrebbe riflettere per ore su questi versi tanto sono pregni di significato. Estrema sintesi di un concetto amplissimo non solo sull’esistenza vista attraverso un monitor tridimensionale, ma anche sull’origine e sulla fine, direi sicuramente sull’oltre.
Vita-morte esistono come aspetto dualistico in una concezione spazio- temporale fatta di percezioni e di “Immagini eidetiche”. Non troviamo un pensiero di centralità universale dell’essere umano, tipico del mondo occidentale e cinese, ma un pensiero che pone la natura al di sopra, in una dimensione di sacralità per sé stessa e di indifferenza verso l’uomo. Mi viene alla mente Wislawa Szymborska che nella poesia “Le nuvole” dice: Gli uomini esistano pure, se vogliono, / e poi uno dopo l’altro muoiano, / loro, le nuvole, non hanno niente a che vedere / con tutta questa faccenda / molto strana./…/ Non devono insieme a noi morire, né devono essere viste per fluttuare./, ed ecco Luciano Lodoli che recita così nella poesia “Fresca di rugiada”: Fresca di rugiada / è l’erba / al mio sguardo distratto / indifferente / e lustra di sacro / il terreno cela./
Ma quando l’autore parla della vita entra in un discorso di chiarezza e di consapevolezza. In questo contesto troviamo la centralità dell’uomo, per ciò che riguarda la sua propria esistenza, perché se è pur vero che le nuvole passano indifferenti e che anche l’erba indifferente allo sguardo dell’uomo copre di sacralità la terra è anche vero che l’uomo stesso deve avere ruolo attivo e centrale nella propria vita così ne “Il senso opaco della colpa ignota” i versi finali dicono:… / e non fui mai / ciò che non volli / e presi parte chiara perciò / all’occorrenza./
Nella terza sezione evocata da un suggestivo verso di Montale: Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua / limpida. / scorta per avventura tra le petraie d’un greto… / passiamo ad un poesia lirica, dedicata e rappresentativa degli affetti, anche il ritmo ed il verso cambiano e si plasmano al contenuto diventando più dolci, amorevoli. Qui ci appare l’uomo, nel suo sentire verso le persone più care e significative della sua vita: la compagna, la figlia, la madre. Tre figure di donna, ognuna unica e insostituibile; Quanta tenerezza in queste poesie; l’amore non solo si legge, ma si sente, diventa suggestione anche per il lettore come ne “Il risveglio di Ulisse”: L’indistinta eco di una voce amica / e il suo danzante intercalare / nella domestica stanza al risveglio / giunge serena a riportare / una Itaca ancora ritrovata / e una Penelope da baciare / il giorno della sfida al nuovo mare, / ultima. Che splendido esempio di sintesi poetica questi versi: in essi c’è racchiuso l’affanno dell’uomo, il suo viaggio interiore e attraverso la vita (l’Ulisse), il concetto di amore-amicizia quale duale aspetto di un unico sentimento (voce amica), l’atmosfera familiare, intima (domestica stanza al risveglio), la passione amorosa (da baciare), la certezza dell’amore vero, fedele (Penelope), l’importanza dell’amore quale sostegno dell’uomo di fronte all’ignoto (sfida). Anche questa una sezione intensa, fatta di pochi, profondissimi, versi come la poesia “Ti scorgo ora” dove si evidenzia il ricordo della madre che ricompare nella memoria e nel sonno, dall’oltre, quale affetto immortale e immanente. Perché l’amore dato, l’amore ricevuto rimane a conforto, a nutrimento della nostra vita: e come sempre rivivrai al mattino / tenace e flebile nel mio ricordo./
L’ultima sezione si apre con una frase del nostro Pier Paolo Pasolini: “Non popolo arabo, non popolo balcanico, / non popolo antico / ma nazione vivente, ma nazione europea: / e cosa sei? / . Entriamo dunque in un segmento diverso dai precedenti: ci troviamo davanti ad una poesia civile o per meglio dire di impegno civile, giacché la poesia se non fosse civile, sarebbe forse incivile? La poesia dunque non come analisi introspettiva, ma come occhio sul mondo e nel mondo, in un sentire collettivo che travalica anche i singoli e tragici eventi richiamati nei versi del Lodoli. Qui il poeta parla più che mai con un “io” collettivo inserendosi nella sua contemporaneità e mettendo però in evidenza quei valori universali che dovrebbero permeare l’animo umano: la compassione, la fratellanza, il senso della giustizia.
L’analisi si estende ad eventi tragici come il terremoto di L’Aquila, la shoah, Piazza Fontana, così facendo Lodoli analizza il comportamento dell’uomo nella sua socialità, grida la sua rabbia, la sua disapprovazione, esprime il suo essere nel mondo.
Potrei continuare a parlare per ore di ogni verso scritto da Luciano Lodoli, tante sono le suggestioni che la sua poesia mi ha trasmesso. Lascio invece il posto alla lettura delle sue poesie che da sole, nella loro pura sintesi, ci trasmettono l’essenza del loro valore.

 

Cinzia Marulli
 

 

 

Leggi le Cinque Poesie (PDF)

 

 

 

 

    

 

 

 

 

Degenza

Inaspettatamente
un universo separato.

Parcheggiata nell'officina dei ricambi
dall'esistenza strappo ogni vessillo.
Nel mattatoio delle mie ambizioni
macino le lettere del nome,
nella polpetta di frattaglie getto
la genealogia e il lavoro,
sciolgo nella discarica il confine
le mura, la mia pelle, l'io.

Leggera
soffio vita nella sorgente
perché tu sia bolla salina
e in essa galleggi la mia strada.
Nel desiderio
agito misericordia
perché sia tu l'artefice
della resurrezione.
Sotto questa pensilina ti attendo,
accanto a te io sarò nuova.

Dorme una mosca indisturbata
neo sulla tua umida fronte,
lì poserò straniera il mio sollievo
in questa sera da caserma stanca
senza soldati dentro la guardiola
a osservare gli impiombati corpi.

...         clicca per leggere l'intera poesia

Anna Bergna

 

 

 

Bambolina

Bambolina, bambolina
quanti anni hai?
Ti ho vista già in questa casa
il tuo vestito è polvere
e i tuoi occhi grigio perla ancora mi sorridono
e allora ti copro perché tu non prenda freddo.
Sopra di te uno specchio,
mi guardo, ti osservo,
sei riflessa
e vedo un abisso di anni,
quanti ne sono passati da quel giorno?
Hai sentito il vento entrare e sbattere violento queste porte,
nessuno si è curato di te,
grida, parole, parole, parole
e una pioggia battente.
Bambolina bambolina
ho cambiato prospettiva
ti guardo da questa sedia che sa di noi,
di corpi abbandonati,
di giorni scaduti,
tu sei li a vegliare su questa casa
che ancora mi cerca…
E io oggi son qui
a filtrare raggi di sole che stentano ad entrare.
Mi rivedo bambina
sulle pareti sorrisi ingenui tracciano linee inconciliabili
e io rimango immobile a fissarti…
Il silenzio ci avvolge
e in lontananza
solo il vento ci abbraccia.

Silvia Moroni 12 agosto 2002
 

 

    

 

 Esaurito

Luciano Lodoli

Le chiavi che suggeriscono il senso e la natura di questa piccola antologia possono essere cercate nella poesia che dà il titolo al libro, nella poesia “Poetica spuria” e nella citazione di G. Bateson in quarta di copertina.
Dire di più in sede di presentazione, a mio avviso, inficerebbe la naturalezza e la soggettività cui il lettore ha diritto nel suo approccio alle singole poesie

 

 

 

Galleria immagini

 
Disegno di Pupo - Poesia di Gilda Bertan
 
  LA LUNA NEL POZZO
forse perché
sai
cadere
nelle profondità
di contorti pozzi
tu Luna
puoi
rischiarare
nuovamente
il mondo

Gilda Bertan
 
 
 
Π ό λ ι ς
 
Tu che dell'Africa
Tu che dell'Africa
fratello
conservi negli occhi
e nella mente
il ricordo sacro
della tua terra irrisa,
qui intendi umile e fiero
d'aver cura del tuo miglior futuro

e i soliti
biechi mostri osceni,
ministri tronfi
e mafiosi occulti,
t'insultano
e feriscono però tremano
ora che hai scelto
la strada del tuo miglior futuro.

La tua lotta dura aiuti
anche noi, pavidi e passivi
finora,
a battere i mostri
occulti e collusivi
che offendono
a morte
la nostra antica terra ospitale.

Luciano Lodoli 9 gennaio 2010
 
 
 
Piazza Fontana (12 12 1969)
Dodici dicembre sessantanove,
ventiquattro anni contavo
e novantaquattro giorni,
quel giorno
che spezzò il nostro divenire.

La mia vita non fu più, mai,
la vita di prima:
non più luogo all'ingenua attesa,
non più all'innocenza.
Tutti,
tutti, conoscemmo la barbarie
quel giorno,
dei demoni laidi
e ingordi della tenera carne dei fratelli.

Leviatano orribile,
antropofago,
tu stato infedele,
feristi a morte
la tua stessa essenza
civile e repubblicana.

Luciano Lodoli 12 dicembre 2009
 
Il popolo prono
Tanto paura non m'incute
e disprezzo,
il populista
vacuo e arrogante
ducetto,
ma il folle popolo prono
che dignità baratta
con piccole,
millantate, promesse
di privilegi e favori miserabili.

Il popolo il duce nudo
proprio non vede
e, ancora,
ammira plaudente il suo lussuoso mantello.

Luciano Lodoli 8 dicembre 2009
 
Introspezione
 
Immagini eidetiche
Fugaci miniature aliene
con grandi occhi senza pupille
ci scortano la sera
alla piccola morte

Luciano Lodoli 28 novembre 2009
 
Ricordi
Scendono
i ricordi
con noi rotolando
come pietre svelte dal tempo
a immani rocce antiche.

In orridi scoscesi
alcuni ricordi
sprofondano
altri nella china
docilmente ci accompagnano.

Tutti vanno
precipitando o rotolando
i ricordi con noi
presente elusiva memoria
alveo al nostro divenire.


Luciano Lodoli 22 dicembre 2009
 
La mia mente
La mia mente
accenna al ricordo
accenna al dolore
accenna al sorriso
al sentire piacere, disgusto e rumore
accenna al rimpianto
al futuro
al tempo e alla sua deroga
accenna alla punta delle mie dita
al loro infrangersi sui vetri
sul legno
sulla carne
al vagare delle mie mani nell'aria...

Accenna al riflesso che trovo allo specchio
che non vedo mai diverso
accenna a tutti quelli che incontro ogni giorno
alla loro figura e alla loro parola
accenna al sesso
accenna ai tabù
ai desideri e alle paure.

La mia mente accenna a se stessa...
interrompendosi sempre all'improvviso.

Andrea Fontana novembre 2009
 
Pensando all'estrema stagione
Pena per le nostre colpe e paura,
angoscia,
rabbia e rimpianto,
all'ineludibile e scoscesa china,
che da sempre attende e ci minaccia,
forse non sole ci accompagneranno.

Pensando all'estrema stagione,
credo,
forse non sole ci accompagneranno.

Luciano Lodoli 30 settembre 2009
 
Non sole
Ci accompagneranno ricordi
di emozioni
rivissuti
con il dialetto
della nostalgia,
con la pienezza matura
del bilancio,
con il ritrovato tempo
per accorgersi del cielo e dei fiori,
con lo slancio
di vitalità insperate
in bilico,
tra ritmi perduti e
desideri inespressi.
Voci sullo sfondo,
sguardi che più
non s’incrociano,
vite che si sono tra loro
annusate
e poi subito perse.

Gilda Bertan 30 settembre 2009
 
Rari e fragili fiori
Rari e fragili fiori.

Rari e fragili fiori nascono nel deserto
e talora tenaci sopravvivono.
Rare e fragili amicizie sorgono nelle vite
e talora tenaci sopravvivono.

Nel deserto meraviglioso e vasto
piste mutevoli e ignote
guidano i nostri passi incerti
mentre fioriscono le nostre mete.

Rari e fragili gli amici
preziosi ci accompagnano.

Luciano Lodoli 17 settembre 2009
 
Il senso del danno
e la colpa
 
Di te (Bambini uccisi da...)
Di te piccola creatura fragile
al terrore di amare rinnegata
resta la spoglia e resta il sangue
incubo della follia di un minuto
sulle vesti e nell’anima anche
d’una madre miseramente triste.
Spirito del tempo passa leggero
fra la disperazione dei perdenti.

Luciano Lodoli
 
Memoria della Shoah
Parole non sono che possano
più delle crude immagini
dire alla memoria
l’immensità del dolore
recato dall’uomo all’uomo.

Luciano Lodoli 27 gennaio 2009
 

Il senso del dolore
e la morte

 
La domanda
E’ possibile ignorare la domanda
Solo perché mai avrà risposta?
Piccola,
alla tua tenebra ed a quel profondo silenzio
mai sono riuscito ad avvicinarmi,
né a sopravvivere,
del tutto.
Piccola che effetto ti ha fatto
Essere?

Luciano Lodoli
 
Il ritorno delle cicogne
Si sa, oggi giorno le cicogne sono disoccupate
Vecchie bugie scadute, storie ormai andate.

I bambini non li porta proprio nessuno
Nascono, e poi diventano qualcuno.

Io però l’ho vista una cicogna disoccupata
Girava inquieta sopra una bimba ammalata

Poi, di notte, l’ha portata via
ché la morte è la cosa più indicibile che ci sia.

E’ così che un po’ per divieto di sosta e un po’ per divieto di dolore,
Oggi i bambini nascono, ma più nessuno muore.

Gilda Bertan
 
Mutacica alopecia
La mamma
copre delicatamente
di sparuti capelli solitari
il male.
I tuoi grandi occhi
dicono profondi pensieri
e angoscianti parole
che la bocca non può, non sa.
“Dì ciao alla dottoressa!”
No, non parlare
piccola
troveremo voci
in fondo alla strada del silenzio.
Non farà molto male,
piccola… piccola.

Gilda Bertan
 
Aspetta
Sulla rugginosa bitta seduto
il vecchio
sta.
Marinaio senza mare
scruta il fosco orizzonte
e la notte che viene
aspetta.

Luciano Lodoli
 
 
 
Il senso dell'estraneità
e l'esplorazione
 
Il risveglio di Ulisse
L'indistinta eco di una voce amica
ed il suo danzante intercalare
nella domestica stanza al risveglio
giunge serena a riportare
una itaca ancora ritrovata
ed una Penelope da baciare
il giorno della sfida al nuovo mare,
ultima.

Luciano Lodoli 2006
 
Coração vagabundo
Meu coração não se cansa de ter esperança
de um dia ser tudo o que quer
meu coração de criança
não és só a lembrança
de um vulto feliz de mulher
que passou por meu sonho
sem dizer adeus
e fez dos olhos meus um chorar mais sem fim
meu coração vagabundo
quer guardar o mundo em mim

Caetano Veloso
 

 

Pinocchio... una chance ancora. Disegno di Pupo (Lanfranco Lodoli)

 

 
Chi, figlio degli antichi inviti
Chi, figlio degli antichi inviti
al dovere e alla prudenza,
ora guada, senza nocchiero, audace
fa passi lenti
e indietreggia, se occorre,
e sta fermo
mentre il pensiero lotta con se stesso,
tesi, antitesi
e nervi e muscoli si tendono,
agonisti, antagonisti
fermo
fermo
in equilibrio inquieto,
ma ha dalla sua l'azzardo della mente
e un giorno,
che vinca o perda,
starà sereno a mirare il rio dall'altra sponda.

Angelo Saliani 2006
 
La sola semplicità d'essere
Oggi, sembra ieri,
senza l'alternanza di niente,
ma con la sola semplicità d'essere.
Sembra banale,
rumori e odori
e la linearità delle cose,
ma ricorda un momento più distante,
intimo,
con le lancette ferme
a regalar speranza
e la voglia d'usar gli odori
al posto dell'ossigeno.
Sembrano ricordi in terza persona,
i gesti,
come scie luminose che persistono al buio,
che prendono importanza da loro stesse,
resistenza dal loro resistere.
Oggi lo spazio,
attorno a me,
si conquista da solo.
Io,
mi conquisto da solo.

Andrea Fontana
 
 
Il senso del tempo
e del vivere
 
Vecchio
Vecchio
sul marciapiede
davanti a me silente cammini,
la spesa nella mano.

Vanno lentamente
le logore scarpe,
il fondo dei pantaloni sfilato,
la piega senza affetto.

Chissà per quale padre e quale figlio
batterà nel petto
il tuo ultimo sentire,
vecchio.

Gilda Bertan
R A C C O N T I
 
SEPARAZIONE
Un racconto di Anna Bergna

Ricordava la fessura.
Infilò la lama del coltello a serramanico acquistato quella stessa mattina, sollevò il fermo e aprì le due ante di legno, come i teli di un sipario. Colpì il vetro con la mano avvolta nella sciarpa: poteva entrare. Non era più giovane e scavalcare il davanzale le costò fatica e imbarazzo.
Il corpo era leggero fino all’inconsistenza, sfinito dai ripetuti tentativi di annientamento.
Un’impalcatura vuota.

                                         clicca per continuare la lettura

 

 

 

I RUOLI DEFINITI
Un racconto di Andrea Fontana
La tasca del cappotto sembrava pulsare, a momenti, chiamarmi in altri: “E’ questo il momento, è questo, è questo!”
“So io quand’è il momento. Questo!” Mi strappo quasi la mano destra ficcandomela nella tasca e cerco furioso tentando di non dare nell’occhio.
Il freddo inanimato mi si propaga sulle dita, sui polpastrelli. Di fronte a me le foglie sul viale, tra gli alberi che si lasciano andare alla stagione senza la volontà di far nulla.
Una vecchia signora seduta sulla sinistra, su di una panchina, un vecchio signore su quella dopo, legge l’una e l’altro ha lo sguardo perso nel vuoto.
Un poliziotto cammina in fondo la via, va bene così.
In contro mi viene una ragazza, capelli lisci e neri, pelle candida e vestiti delicati, di lana. Mi guarda, gli occhi, il mento, i capelli, e mi sorride delicatamente, come il suo sguardo.
Mi piace quando le ragazze mi sorridono in quel modo e così le lancio contro la mia mano sinistra, la lancio alla sua gola. I suoi occhi in un attimo cambiano forma, profondità, e sembrano chiedermi “Perché? Come?” ma non le lascio tempo e me la stringo contro. Estraggo la mano destra dalla tasca e le punto la pistola alla fronte.
A quel punto i vecchi alla mia sinistra si agitano, urlano e tentano di alzarsi. Subito grido: “Se vi muovete, se qualcosa cambia anche minimamente allora la ammazzo”. Il poliziotto mi vede ed estrae la pistola, me la punta contro; è un ragazzo, come me. Lo so, lo so, sembra non avere senso tutto questo e non pretendo che qualcuno se lo immagini, il senso. Qui nessuno ha colpa: i vecchietti si sono trovati in questa situazione e neppure vi prenderanno parte, questa poveretta tra le mie braccia ha unicamente la colpa di essermi piaciuta, di essere il mio tipo e di avermi sorriso, per il resto… e anche quel tizio lì in uniforme, quello non è certo mio nemico perché mi punta la pistola contro; quel tizio lì è come me e si distingue da me solo per l’uniforme e la posizione in questo spazio diversa dalla mia.
“Nessuno si deve muovere, nessuno deve fare nulla altrimenti lei è morta”, e per quanto mi riguarda sono cresciuto con queste frasi, alla televisione, e quindi ora è naturale che mi vengano così bene.
“Avanti non c’è motivo di fare tutto questo, METTI GIU’ LA PISTOLA!”
Bene, bravo ragazzo l’hai detto, hai fatto la tua parte; e non sei il solo: i vecchietti sembrano quasi stramazzare al suolo dall’emozione. Tutto è perfetto e manca solo e soltanto una cosa: premo più forte la canna sulla tempia della ragazza e la sua guancia destra si bagna appena, di discrete lacrime. Ecco, così. Mi muovo velocemente, risoluto e faccio capire a tutti che sto per farlo, sto per premere il grilletto.
Poi tutti, me compreso, tratteniamo il fiato, e torniamo a respirare solo quando la polvere da sparo grida nell’aria.
Da copione: il poliziotto ha sparato, e il criminale con un buco nel petto cade a terra. Ora mi odiate lo so, perché l’adrenalina ancora non vi fa ragionare, ma domani, o dopodomani, forse implicitamente, mi ringrazierete tutti. Tutti.
I vecchietti nella loro vita non hanno mai vissuto nulla del genere, non hanno mai neppure pensato di ritrovarsi in una situazione del genere e così vivranno fino alla loro fine raccontando qualcosa, sapendo qualcosa che gli altri non hanno mai visto, se non nei film.
Il poliziotto, domani, o dopodomani, capirà che tutto quello che gli hanno detto amici e colleghi è vero, è un eroe, e metterà da parte tutti i veri e finti atteggiamenti di modestia e guardandosi negli occhi si ripeterà per tutta la vita, o quasi, che lui è un gradino più vicino al signore, rispetto agli altri, perché come per miracolo si trovava al posto giusto al momento giusto ed ha salvato la vita ad una povera ragazza indifesa.
La povera ragazza indifesa, beh tutto questo le cambierà la vita: da domani, o dopodomani, non sarà più il centro sottile d’un meccanismo superficiale, ma forte, di compravendita; ogni minuto penserà e ripenserà alla lacrima discreta che le ha bagnato la guancia destra, la sua ipotetica ultima lacrima.
E, infine, per quanto riguarda me, beh ora, da morto ammazzato dalla legge e dalla giustizia, da criminale odiato che odiava e che per poco non faceva una strage, beh ora ho preso anch’io il mio ruolo nella società; anche io ora sono quello che tutti vogliono che sia.
 
FIUME REDENZIONE
Un racconto di Andrea Fontana
Un po’ di fumo dalle labbra, fino agli occhi e poi tra i capelli. Tra suoni di passi lenti si aggirano i miei piedi, senza suono.
Di fronte alle iridi la lunga colata d’acqua scura che ospita vita e morte. Mi ci specchio un po’, ancora un po’, e poi decido che è tutto lì quello che m’aspettavo, quello che ho sempre atteso succedesse nelle menti altrui e che mai è accaduto; un fiume privo di gloria e di storia, solo colmo di dolori senza nomi e amori senza valori.
Un’anatra guarda la riva asfaltata, boccheggia nell’acqua invitando anche me a fare lo stesso “Guarda che è buono…”.
Altro fumo dalle labbra mosse appena “Lo so, lo so, anatra, lo so che è buono…” Qualcun altro, chilometri distante, si affaccia come me maledicendo l’acqua che dopo non molto passerà dalle mie parti.
“Perchè ce l’avete tutti con me? Io fluisco, zitta e buona; perché tutti venite a prendervela con me?
Vorrei dirle qualcosa a questa povera acqua demoralizzata, ma è vero, tutti veniamo da lei; tutti ci malediciamo facendo il suo nome.
Ancora un po’ di fumo tra i capelli, getto il mozzicone sotto la suola e con i pugni nelle tasche tese me ne vado, lasciando il mio posto a qualche altro disperato.
Forse anche a lui farà bene prendersela un po’ con quest’acqua.
 
LO SPECCHIO ASSOLUTO
Un racconto di Andrea Fontana
Pesanti le coperte. Ho caldo. Le scosto un po’ e metto a terra i piedi. Il pavimento è freddo, prevedibile lo so, e mi corre un brivido lungo tutta la schiena. Batto un poco i denti per la stizza e mi do lo slancio per alzarmi.

Resto dritto e rigido come un palo, fermo come un faro a guardare il buio e mi torna in mente un ricordo, una sensazione. Mi guardo indietro, guardo il letto e cerco qualcuno: nessuna donna bruttina rimorchiata in preda ai fumi dell’alcol, ma neppure nessuna donna bella concessasi chissà per quale motivo. Infatti nulla.
Metto in moto i piedi e supero tutte le piccole porte della mia piccola casa fino a quando non entro nel bagno. La luce sarebbe forse un colpo troppo duro per me e decido che la penombra possa bastare.

Lo specchio mi guarda, che romanticone lui… Lo specchio è un’invenzione antica, che come tutte le cose antiche ha cambiato forma e struttura. Prima uno specchio era un qualsiasi metallo riflettente, ora invece è qualcosa di unico, uno specchio è uno specchio. Qualche ingrediente, vetro, alluminio o argento, ed ecco che il gioco è fatto.

Lo specchio, di fronte a me, lo sa quello che penso, lo sa che credo nella sua unicità. Mi guarda e mi lusinga; lo fa attraverso i miei occhi, quelli che dentro di lui sembrano veri eppure sono solo illusori, piatti e un po’ fasulli. Ed io sono lì, riflesso in tutte le mie dimensioni eppure totalmente falso, totalmente bidimensionale: non posso non pensare che i colori della mia pelle, dei miei capelli, dei miei occhi se sul mio corpo rispettano dei meccanismi di fisica e di rigida biologia, lì su quella superficie ambigua non sono altro che un epifenomeno, un prodotto parassita che si ripete nell’interezza senza prendersi il carico di tutto quello che comporta essere veri.

Guardo l’immagine, guardo il riflesso e mi chiedo in fondo chi sia meglio tra noi due, chi è più conveniente. Insomma lui è li, non costa, non consuma, non pretende, eppure muoversi si muove, ad esistere esiste, se si accende una luce quell’iride li si restringe e si dilata se là si spegne .
Quel riflesso, insomma, esiste e si esprime eppure non danneggia, non rovina, come faccio io.

Quando conosco una persona non posso che pensare al riflesso dello specchio, non posso che pensare che in fondo quella persona ci guadagnerebbe a conoscere quel mio riflesso; perché? Perché quel riflesso non si chiederebbe mai se a quella persona converrebbe conoscere l’oggetto reale da cui deriva.
Quando una persona mi dice paroline dolci all’orecchio o mi dice enormità come le dichiarazioni d’amore, anche in quel caso penso che se le avesse dette all’immagine dello specchio ci avrebbe comunque guadagnato; perché? Perché quando si rimangerà le parole non dovrà mica dargli spiegazioni, non dovrà mica vederlo soffrire, niente di niente.
Un riflesso assoluto, in tutte le sue sfaccettature è ben più sicuro e perfetto di un uomo assoluto. Lui è lì e mi guarda con un piccolo sorriso dilagante sulla faccia, la mia faccia. Ed ecco che la barba si allunga un po’, i capelli si spostano di lato e si allungano. Così forse va meglio, caro riflesso, ma potrebbe significare la mia scomparsa.
Se tutti sceglieranno te, cosa rimarrà di me?
 
ADDORMENTARSI
Un racconto di Andrea Fontana
Rientrato a casa. Le chiavi nel chiudere la porta fanno un rumore dannato. Qui dentro nel buio tutti dormono e non vale la pena di svegliare alcuno; me ne andrò subito a dormire. In fondo la giornata è finita e non ho altro da fare, anzi non posso far altro. Se solo le giornate avessero più ore o se soltanto noi esseri umani non avessimo così tanto bisogno di dormire e di riposare… chissà quante cose potrei fare.
Beh è inutile pensarci perché tanto ormai la giornata è finita e io me ne andrò a letto. Persino la porta della mia stanza nel chiudersi sembra fare un rumore spropositato o forse è solo il silenzio circostante che lo amplifica? Ma guarda a cosa penso a quest’ora, invece di andare a dormire.
Le coperte, soprattutto d’inverno, sembrano più soffici e calde quando si è stanchi, quando dalla mattina non si pensa che al dormire. Eppure non ho molto sonno… Forse è meglio bere un bicchiere d’acqua. No, non ho sete.

Fuori piove, non mi sembra che piovesse poco fa.
Tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic tic.
Non sembrerebbe proprio pioggia, piuttosto lo scolo di una grondaia.
Sembra sempre cadere la stessa goccia e non mille differenti, sembra una sola goccia che nell’istante preciso del toccar terra torna in su per cadere di nuovo in un processo masochistico e autodistruttivo. Sembro io.
Tic tic tic tic tic tic.
Ha rallentato il ritmo. Ha finito?
Tic
No. Continua.

Che ci troverà di divertente nel cadere… Forse per lei, la goccia, ogni caduta sembra un giorno, un nostro giorno comune con un inizio ed una fine… e allora i nostri giorni cosa sono?

Che devo fare domani? Accidenti l’ho dimenticato di nuovo. Mi capita sempre di dimenticare quello che devo fare. Ah si ecco, ora ricordo. Chissà perché quando devo incontrarmi con quella gente finisco sempre per scordarmelo.

Un rumore. Forse sono svegli di là. Ma no figurati dormono sempre molto e sempre prima di me. Ma perché non ho sonno questa sera? Perché non riesco ad addormentarmi?
Tic
Ancora… Tic Tic
Tic tic tic tic tic tic tic.
Si diverte proprio. Almeno lei…

Forse dovrei provare con le pecore,vediamo: un bel prato, una bella giornata di primavera, un bel recinto da scavalcare… ma se le pecore scavalcano il recinto vuol dire che scappano e se scappano poi il pastore le deve inseguire, riprendere, riportare indietro e allora non sono tranquillo fino a quando tutte le pecore non hanno scavalcato di nuovo il recinto e sono tornate dentro… meglio mettere un bel masso da saltare.
Poi vediamo, sono tutte bianche… ma le pecore sono tutte bianche? E quel modo di dire “sei la pecora nera”? E come si fa?

Forse è meglio mettere tutte mucche, certo non sono agili come le pecore però… e se poi saltando il masso cadono? Certo non mi preoccupo per le mucche è che poi mi metto a ridere e non mi addormento più pensando ad una mucca che cade… dai non cade!
Che manca? Nulla. Quindi:una mucca, due mucche, tre mucche…

Ma chissà poi perché non mi viene affatto sonno? Forse è il caffé che ho preso questa sera. Ma chissà se è vero che il caffé ti tiene sveglio; certo la caffeina è uno stimolante ma un caffé, solo un caffé? Forse dovrei scrivere al computer, così almeno mi stanco e mi viene sonno… E cosa scrivo?

Quattro mucche, cinque mucche, sei mucche… chissà cosa succede se una mucca beve il latte. Sarebbe divertente vederlo… Forse è meglio smetterla con le mucche.
Mucca. Ha uno strano suono ”mucca”. A volte è bello fermarsi ad ascoltare il suono delle parole comuni, quelle parole che senti e pronunci senza renderti conto del loro suono.

Qualche anno fa mi divertivo ad inventare parole unendone alcune, praticamente in una frase senza spazi.
Vediamo: “mesenzabuio”. Suona bene. Oppure: “vividame”. Anche questa suona bene.

Tic.
Eccola qui.
tic tic tic tic tic tic tic tic.

Forse è meglio contare le gocce. Sarebbe bello addormentarsi. Forse se penso a nulla…
Tic tic tic.
 
DIALOGO NOTTURNO TRA NONNO E NIPOTE
un racconto di Luciano Lodoli da "La strategia di Shahrazad"
Nonno: - Che fai con quei miei fogli in mano?
Nipote: - Ho cominciato a leggere per caso e ho continuato sperando di capire cosa stai facendo in questi giorni chiuso nel tuo studio, senza uscire mai di casa e senza farti neanche la barba...
Nonno: - Sto completando la mia tesi
Nipote: - Sarebbe questa?
Nonno: - No, no... veramente ce l’avrei già pronta la mia tesi ma non mi decido a consegnarla perché mi sembra così banalmente scolastica che non riesco a riconoscerla come mia.
Nipote: - A te che importa della tesi?
Nonno: - Mah, un titolo accademico, anche dopo i sessant’anni, è sempre un qualcosa da considerare con un certo rispetto.
Nipote: - Ma queste cose che ho letto in questi fogli: di che parli? Chi è questa Shahrazàd? Chi è Clumsy Carp? E questo Liotti, della principessa, è un tuo amico?
Nonno: - No, no, Liotti non è un mio amico, mi piacerebbe, forse, ma lui neanche mi conosce.
Nipote: - E la principessa?
Nonno: - Mah, la principessa è una cosa sua. Credo che per lui rappresenti la realtà che c’è dietro, o in fondo o da qualche parte... un qualcosa che lui continuamente ha l’impressione di stare per raggiungere ma...
Nipote: - Metafora è il nome della principessa?
Nonno: - No... sarebbe più giusto dire che il nome potrebbe essere Verità, oppure Realtà... la metafora... beh è un modo per dire qualcosa che non sapremmo dire altrimenti, oppure per parlare di cose che non sappiamo se esistano o no.
Sai che cos’è una poesia?
Nipote: - Forse sì. Non so... sì, una poesia la conosco.
Nonno: - Me la sapresti recitare?
Nipote (spostandosi al centro della stanza ed assumendo l’atteggiamento del bravo scolaro) recita: -

"Viaggio in Lamponia, di Gianni Rodari.
Si può viaggiare in treno, in automobile,
ed in macchina da scrivere perché no?
Io ci ho provato
Semplicemente battendo un tasto sbagliato
Sono arrivato in Lamponia un paese…"

Nonno: - Vedi hai detto: si può viaggiare in macchina da scrivere!
Nipote: - Ho capito, una metafora è una macchina da scrivere!
Nonno (abbracciandolo): - Non è così, ma è più carina, la tua trovata, di una metafora ben capita!
Nipote: - Ma la metafora... cosa è una metafora?
Nonno: - La metafora, alle tre di notte, può essere una poesia, una principessa, un pipistrello, un bel sogno, un letto caldo… ma di giorno è qualcosa di molto più serio.
Nipote:- E... Batman?
Nonno: - Bateson, Gregory Bateson, è stato uno scienziato, un pensatore, un grande creatore di metafore. Inventore di un originale linguaggio sorprendentemente poetico, una sorta di metaforese, un linguaggio originale con cui esprimere le metafore via via create…
Nipote: - Nonno mi porti a letto e mi racconti la favola di nonno Mago?
Nonno: - Nonno Mago è una metafora…

Dopo qualche minuto il nonno giace addormentato accanto al letto del nipotino ed entrambi godono il rilassamento beato di un profondo sonno ristoratore. Sognando…

Nonno: - … e alla fine di questa avventura nonno Mago sta seduto ad un tavolo della taverna del paese ed esclama concitato rivolto agli astanti: - “credetemi, se avessi saputo dare forma ed apparenza di verità alle mie argomentazioni, l’eco stessa delle mie parole sarebbe risuonata falsa in ogni angolo della mia mente ed in ogni taverna di questa città!”
Nipote:- Dai raccontamene un’altra! Perché non mi racconti una di quelle di Shahrazàd? Hai scritto: - “Il re disse: O Shahrazàd, come sono belli questi racconti, ne conosci degli altri simili? Ed ella narrò.”
Nonno: - E’ una citazione da “Le Mille e una notte”.
Nipote: - Cos’è una citazione?
Nonno: - Una citazione è qualcosa presa da uno scritto o da un detto di qualcuno che ha espresso bene un concetto che noi vorremmo riprendere.
Nipote: - Ma, nonno, tu poi non hai scritto più nulla di questa Shahrazàd e di queste “Mille e una notte”…
Nonno: - Beh, ne avrei certamente parlato ma tu sei comparso prima che io potessi farlo!
Nipote: - E cosa avresti voluto scrivere di Shahrazàd?
Nonno: - Soltanto questo: io avrei voluto scrivere qualcosa su qualcosa che un po’ esiste e un po’ non esiste, ma che se non ci fosse nemmeno in metafora sarebbe come se nessuno di noi fosse mai esistito e nessuno possa mai esistere…
Nipote: - Comincio a capire, anche io sono una metafora…
Nonno: - In che senso?
Nipote: - Beh, tu non hai nipoti nonno ed io, quindi, non esisto!
Nonno: - Ma mi piacerebbe averne, di nipoti, anzi mi piacerebbe avere te Nip come nipote, però in fondo è vero: tu stesso sei una metafora!
Nipote: - Soltanto?
Nonno: - Qualcosa di più di una metafora, certo. Tu ormai sei nella mia mente, nello stesso modo in cui ci possono essere Bateson, Clumsy Carp, Antonio Odisseo, Shahrazàd, il Dalai Lama, Bin Laden, o qualsiasi altra persona, che non abbia mai conosciuto personalmente, ma che in qualche modo ha trovato una rappresentazione nella mia mente…
Nipote: - Comincio a capire, è come se io esistessi, ma solo a metà! Per esistere davvero ci dovrebbe essere un qualcosa, che sarei io, che avesse nella mente te, nonno!
Nonno: - Ti amo Nip! Probabilmente con quest’ultima considerazione ti sei conquistato la dignità di esistere almeno allo 0,75!
Nipote: - Ma Shahrazàd?
Nonno: - Ormai ti voglio tanto bene che non me la sento di farti notare che sono le sei del mattino… Shahrazàd era una bellissima principessa che un giorno decise di sposare un re crudelissimo, che negli ultimi tre anni aveva preteso di sposare e possedere ogni giorno una nuova bellissima ed illibata fanciulla. Fanciulla che poi il re aveva spietatamente ucciso, ogni volta, alla fine della prima notte di nozze. Il re uccideva tutte queste fanciulle per vendicarsi dell’infedeltà della sua prima amatissima sposa.
In capo a tre anni era ormai quasi impossibile trovare fanciulle vergini ed un giorno il visir, che era il papà di Shahrazàd e che aveva tra l’altro il compito di trovare le vergini per il re, era disperato perché se non avesse trovato una fanciulla entro la sera sarebbe sicuramente stato decapitato egli stesso. Shahrazàd, che oltre ad essere bellissima era anche una fanciulla sensibile e, come diremmo oggi, un’acuta psicologa, un po’ per salvare il padre, un po’ per salvare tante altre infelici fanciulle, propose di offrirsi lei stessa in sposa al re, convinta anche di potersi salvare conquistandone in qualche modo la benevolenza
Nipote: - E ci riuscì?
Nonno: - Shahrazàd riuscì a conquistarsi la benevolenza e l’amore del re raccontando delle meravigliose storie, ogni sera più belle, facendo così in modo che il re, desiderando sopra ogni cosa avere un’altra storia da ascoltare, rinviasse ogni giorno l’uccisione di Shahrazàd finché, dopo mille notti, non si accorse di avere completamente dimenticato la sua rabbia e il desiderio di vendicarsi.
Nipote:- Ma cosa c’entra con quello che stai scrivendo?
Nonno: - Ora che cominci a capire tante cose, puoi forse aver un’idea di che cosa sia un discorso circolare. Tornando e ritornando su uno stesso argomento, in modo tale che ogni volta qualche particolare magari piccolo venga aggiunto, qualche altro aspetto sia presentato sotto un punto di vista diverso, qualche altra cosa che prima era separata sia presentata in qualche relazione e così via, passando attraverso tutti i possibili stadi della disperazione ogni volta che i significati diventano più oscuri e più difficili da mettere a fuoco, improvvisamente, se ciò avviene, abbiamo la piacevole sorpresa di scoprire che qualcosa di quello che cercavamo, qualcosa che ha acquistato un significato sorprendentemente nuovo e stimolante.
Penso alla mente, alla coscienza, all’identità, alla Principessa, o come la vogliamo chiamare, come qualcosa costituito di due parti che si continuano una nell’altra.
Una parte esprimibile, di cui ci si può facilmente prender carico con un metodo di osservazione e di studio, basato sul significato che gli studiosi che le studiano danno alle parole.
L’altra parte il tacito, la coscienza tacita, è invece tale che, non potendosi affrontare a parole, si potrebbe decidere di non considerarla affatto. Come molti fanno.
Ma se il tacito si è scelto come proprio personale, esistenziale, oggetto di studio, è necessario armarsi di tutta la pazienza necessaria e circondarlo con i propri discorsi circolari, arruolando ad ogni giro nuove metafore, metafore di metafore e favole, nonni, nipoti ed esercitando l’ abitudine ad osservare i nostri stati interiori.
“Le mille e una notte” infine, sono l’opera letteraria in cui ogni angolo del tacito viene in mille modi evocato, in poesia, in prosa, in canto, nella rappresentazione più realmente realistica o fantasticamente fantastica…
Nipote:- E le vergini? Le vergini furono salve?
Nonno: - Le vergini furono salve! Quella volta…

Luciano Lodoli 2004
 
UNA GITA IN BALILLA NEL 1945
un racconto di Luciano Lodoli da "La strategia di Shahrazad"
 
Dovevo avere poco più di due anni il giorno che feci la mia prima uscita dalla città. Forse quella era anche la prima gita che i miei genitori facevano dopo la fine della guerra, grazie alla ricomparsa dei primi rari litri di benzina venduti non a borsa nera.
Era un pomeriggio di tardo autunno probabilmente. Il mio fratellino maggiore dormiva sdraiato sul sedile posteriore dell’auto ed io, felice, me ne stavo in braccio a mia madre e guardavo di tanto in tanto fuori dal finestrino della nostra Fiat Balilla nera a tre marce, già vecchia nel 1945.
Ogni tanto, distrattamente, guardavo e ascoltavo mia madre e mio padre che conversavano o tacevano lieti. Assaporavo un’ineffabile e pervasiva felicità, che poche volte ebbi ancora modo di provare, prima che mi fosse usurpata per sempre dal nascere, inopinato ed incalzante, dei miei fratelli più piccoli.
Assaporavo dunque quella serena pienezza estatica che la titolarità del grembo materno, caldo, sacro luogo di delizia, sola può dare quando ad un tratto trasalii: ebbi la subitanea consapevolezza d’essere come risucchiato, precipitato al cospetto del “mondo di fuori”, la cui presenza improvvisamente mi turbava e mi affascinava ad un tempo.
Ecco là fuori, sconfinato ai miei occhi di piccolo bambino, ai piedi della collina su cui la nostra auto si arrampicava percorrendo una sconnessa strada bianca, il dispiegarsi di una superficie, chiazzata dai più diversi e cupi toni di verde e screziata di macchie color rosso-ruggine, estesa fino a lambire laggiù nere e minacciose montagne.
Non so immaginare a conclusione di quali percorsi di tacita cognizione e di subentrante bufera emotiva ciò avvenne, ma indicando quello che scorgevo fuori del finestrino mi trovai ad urlare:
“il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!… il mare, il mare, il mare!…”
e così via per qualche interminabile momento, quasi in stato crepuscolare, estraniato ormai dal paradiso interiore in cui ero immerso fino a pochi attimi prima.
Mia madre mi sorrideva con dolcezza infinita ma, dimentica del mio essere un bambino di due anni, con ansiosa e sollecita apprensione, cercava anche di riportarmi alla realtà, alla sua realtà.
Non poteva certo mia madre avere idea di quanto quell’episodio di mutamento di esperienza di “vivendo” mi aveva inesorabilmente cambiato.
Avevo maturato una percezione del mio esistere qualitativamente differente: nulla di ciò che sentivo di essere prima era scomparso, ma ciò che ero prima si trovava ad essere ri-compreso in qualcosa di esperenzialmente sovraordinato che prima non c’era.
E’ del resto ovviamente banale che mia madre, dal suo punto di vista, si preoccupasse del mio confondere una foresta estesa e vista dall’alto con il mare.
E’ altrettanto ovviamente banale che una tale preoccupazione fosse del tutto fuori luogo: che importanza poteva avere per me confondere una foresta con il mare dal momento che io non avevo mai visto prima né l’una né l’altra cosa! Da lì a pochi mesi avrei conosciuto da vicino anche il mare e la foresta cominciavo a sapere ormai cosa fosse.
Era accaduto qualcosa di una portata ben più grande: ciò che aveva suscitato quel mio sconvolgente meraviglioso e terribile trasalimento era la scoperta tacita, esperienziale, diretta, per molti anni per me indicibile e incomunicabile, ma chiarissima da subito, dell’esistenza in me (nella mia “mente” avrei detto più tardi), contemporanea, contigua e integrabile ma non omologabile, di una realtà di soggetto esperiente da un lato e dall’altro di una realtà in qualche modo inesorabilmente esterna, percepibile ma non esperibile.
E mia madre stessa apparteneva (umanità tapina!) a questa seconda forma della realtà.
Io avevo perduto la cittadinanza della valle dell’Eden...

Luciano Lodoli 2004
 
 
 
Giro d'Italia 1962 (foto Luciano Lodoli)

Gro d'Italia 1962 (foto Luciano Lodoli)

 
Fabrizio Semper e la Milano - San Remo
Questa notte mi sono svegliato, come spesso mi accade, e sono rimasto per un po’ a ruminare pensieri legati a due o tre banali accadimenti di ieri.
Quasi inavvertitamente ben presto sono passato a ricordare e rivivere intensamente, un lontanissimo giorno dei miei ventidue anni.
Ciclista professionista nella squadra F. soltanto da due mesi, correvo quel giorno la mia prima Milano - San Remo.
Poco prima del via ero stato avvicinato dal direttore sportivo della nostra squadra che senza preamboli mi aveva detto:
- Te Fabrizio che sei nuovo e che non mi puoi aiutare per far vincere il B, allora, se ci riesci, vai via “alla morte” al ponte lungo, quello dopo l’albergo del Mario, e cerchi di arrivare da solo sulla cima del Turchino, che lì c’e il cinegiornale e forsi anca la TV. Ti te alzi e fai vedere la maglia ben bene, davanti, dove c’e la scritta del frigo ... poi te ti fermi e ti portiamo a casa noi in ammiraglia. -
Io feci, forse, un cenno ambiguo che poteva essere o no d’assenso, di sicuro pensai: tu sei matto se pensi io mi vada ad ammazzare di fatica e poi mi ritiri per farmi riprendere la scritta della maglia dal cinegiornale! E poi pensai anche: chi me la dà la forza per andare in fuga alla Milano San Remo!
Come sia avvenuto non lo ricordo, ma poi in fuga solitaria mi ci trovai davvero e non dal ponte lungo, ma da molto prima.
All’inizio della salita del Turchino ero ormai da molti chilometri sempre più penosamente in difficoltà, avevo un mal di gambe mai provato prima in vita mia e la baldanzosa energia che mi aveva sorretto per quasi due ore era ormai meno di un ricordo.
Non conoscevo il mio vantaggio e, poiché ero un ciclista sconosciuto, mai visto e sentito prima, ero stato lasciato solo, preceduto dalle staffette della polizia e seguito dal nulla più assoluto.
Cadeva una pioggia gelida mista a nevischio per questo gli spettatori a bordo strada erano pochi, infreddoliti e talmente presi dall’attesa dell’arrivo dei loro campioni favoriti, che molti non si accorgevano neppure del mio passaggio.
Solo qualcuno ogni tanto, per fare qualcosa, mi gridava da dietro: - alè Pippo! - scambiandomi per il compagno di squadra influenzato, che avevo sostituito all’ultimo momento, io infatti portavo sulla schiena il numero a lui attribuito nell’elenco degli iscritti pubblicato sulla “Gazzetta dello Sport”.
Giunto, più morto che vivo, ad un paio di chilometri dalla vetta, fui raggiunto a tutta velocità dalla macchina del direttore sportivo che, affacciatosi al finestrino mi disse spiccio:
- Te Fabrizio fermati pure, tanto è brutto tempo e quindi non c’è il cinegiornale e nianca la tele! Dai fermati e sali, che dobbiamo tornare dietro al gruppo e pensare a far vincere il B. –
Io feci finta di non sentire e, bene o male, riuscii a raggiungere il passo del Turchino ancora in testa alla corsa.
Subito dopo mi fermai sul ciglio della strada e non fui raccolto dall’auto ammiraglia del mio direttore sportivo, nè dalle altre auto al seguito della nostra squadra e dovetti aspettare l’arrivo della “vettura scopa” dell’organizzazione.
Da allora nella squadra S. fui considerato un “chi credi di essere?” presuntuoso ed insofferente.
Ben presto dovetti passare ad una squadra meno importante e la mia carriera ciclistica, mai brillante, si esaurì in pochi anni.
Da allora di anni ne sono passati più di quaranta e molte volte ho ricordato e rivissuto quella mia prima Milano San Remo. Talora ho anche provato un po’ d’orgoglio per quella impresa inutile e misconosciuta e per quella piccolissima insubordinazione.

Luciano Lodoli 2006
 
IL BRUTTO RAGNETTO un racconto di Jan Mais
C'era una volta una comunità di ragni che viveva in un rovo.
I loro giochi preferiti erano lanciarsi con le liane e intrecciare ragnatele. Per riuscire a tesserle bene occorreva un lungo apprendistato: si iniziava da quelle più semplici, di forma triangolare, per poi passare a quelle quadrate, pentagonali, esagonali... più lati aveva il perimetro, più una tela veniva apprezzata.
Lady B. era sempre stata l'ultima della classe. Aveva poca saliva e cuciva a maglie troppo larghe.
"Come speri di acchiappare un insetto?" le diceva mastro Kraepelin "nelle tue reti ci passa un elefante!".
Il punto era che a Lady B. gli insetti non interessavano affatto: preferiva cibarsi di petali e teneri germogli. Inorridiva quando vedeva strappare l'ala di una farfalla o quando sentiva rosicchiare una zampa di mosca. E poi non sopportava la vista delle siringhe: quando vedeva un ragno lanciarsi sulla preda per iniettarle il veleno chiudeva gli occhi. Gli altri ragnetti la prendevano in giro per la sua lentezza ed anche per il vestito a pois.
Più di una volta l'avevano legata al letto come un salame.
Lady B. aveva finito per detestarli e trascorreva la maggior parte del tempo lontano dal rovo.
Era invece attratta dagli umani.
Ne ammirava gli abiti colorati, le morbide superfici, la melodia della voce. Vedeva che incoraggiavano le sue esplorazioni e sembrava che la sua presenza li mettesse di buon umore. Passando ore ed ore ad ascoltare riuscì a comprenderne il linguaggio.
Un giorno sentì due ragazzi che dicevano:
"guarda, una coccinella!"
"passamela, porta fortuna!".
Non fece più ritorno al rovo. Tra i ragni corse voce che s'era impiccata tentando di montare una tela.
"Peccato", commentò Kraepelin, "attirava le prede".

Paolo Clemente 2006
 
 
Il senso dell'ignoto
ed il riconoscimento
 
IL DOLORE ALLA SPALLA un racconto di Jan Mais
Aldo era stato un bambino diverso.
Aveva cominciato col nascere prima del termine. Del parto ricordava tutto, anche se nessuno gli credeva. Ricordava persino il senso di oppressione che gli derivava dall’utero divenuto sempre più stretto. Dopo la nascita gli doleva la spalla che aveva premuto contro la parete del sacco vitellino.
Ora, prossimo al diploma di scuola superiore, aveva ricominciato a dolergli.
A Natale aveva fatto un viaggio in Australia con i genitori. Lo avevano attratto i cuccioli di canguro, per il loro stare un po’ dentro e un po’ fuori il marsupio: a loro la spalla non avrebbe certo fatto male.
Soprattutto lo aveva colpito un aborigeno, scuro di pelle e vestito di cenci.
Oltre alle palpebre semichiuse, ciò che lo aveva impressionato di più era un suono misterioso che sembrava seguire l’aborigeno come un profumo: ne aveva annunziato l’arrivo e ne aveva accompagnato il passaggio scomparendo con lui.
Somigliava incredibilmente ad un cieco che abitualmente suonava uno strano strumento e chiedeva l’elemosina al corso. Anch’egli era scuro di pelle ed il suo viso emanava infinita serenità. Il suono gli era sembrato lo stesso, ma era impossibile che fosse la stessa persona.
Tornato dal viaggio andò a cercare il mendicante. Gli diede l’elemosina e poi si sedette ad ascoltare dall’altra parte della strada. Ebbe modo di osservare bene lo strumento: era di legno, a forma di tubo, ed emetteva un suono che gli ricordava il rumore che fa l’acqua quando scorre nel sottosuolo.
Poi navigò su internet, cercando il “tubo” del suonatore cieco. Scoprì che si trattava di uno strumento tradizionale australiano. In un attimo aveva già deciso: dopo l’esame di stato sarebbe tornato in Australia, questa volta da solo.
Comunicò la decisione ai genitori che posero come unica condizione la promozione. Allora si buttò nello studio giorno e notte, andando avanti a caffè e sigarette. Sfangò l’esame col minimo: l’orale fu una frana, ma per fortuna riuscì a scopiazzare qualcosa agli scritti.
Tutto era pronto per il viaggio della vita. Invece fu investito da un’auto mentre camminava tranquillo sul marciapiede. Riportò lesioni interne e numerose fratture. Suo padre dovette partire per lavoro, sua madre restò ad assisterlo: doveva fare un paio di mesi d’ospedale in un edificio d’epoca ormai fatiscente.
Un giorno, mentre stava cominciando a camminare con le stampelle, vide il mendicante che suonava nel cortile dell’ospedale: era troppo lontano per sentire il suono, ma se avessero aperto una finestra forse ci sarebbe riuscito. Purtroppo nessun infermiere si prese la responsabilità di aprire i vecchi finestroni che davano sul cortile: avevano paura di non riuscire più a richiuderli.
Quella notte fece un sogno. Si trovava nel cuore di uno scontro all’arma bianca. A fianco a lui combattevano degli sconosciuti, mentre i nemici erano tutte persone che conosceva: compagni di scuola, parenti, persino i genitori erano contro di lui. Cercava di far finta di combattere per non far del male a nessuno. Allo stesso tempo doveva riuscire ad evitare i fendenti dei nemici che non erano altrettanto generosi con lui. Ad un certo punto venne colpito alla spalla sinistra, cadde e si svegliò.
Accanto a lui c’era il suonatore cieco che gli porgeva lo strumento. Cominciò a soffiarvi dentro e il suono si diffondeva ovunque. La stanza era piena zeppa di persone accorse da tutto l’ospedale per ascoltarlo.
Poi si svegliò di nuovo, questa volta davvero. Erano le sei del mattino, l’infermiera stava ricaricando la flebo.
Le chiese: -Quello che suonava giù nel cortile, è australiano?
-Chi, Baiame? Perché?
-Perché l’ho sognato.
L’infermiera sorrise e in quel sorriso Aldo riconobbe il suonatore cieco.
Non disse nulla, gli occhi gli si velarono, il dolore alla spalla era sparito. Aveva capito che non aveva più voglia di partire, ma solo di imparare a suonare lo strumento di Baiame.

Paolo Clemente
 
 

Scarica Epicuro "Lettera sulla Felicità"

 
 

From 2011 01 01: